Il Club Evasión

“Devo dire che in questo posto vanno tutti piuttosto d’accordo con me, altrimenti non sarebbero qui”

                                                                                             [Coco, in Mulholland Drive di David Lynch]

 

Il celebre antropologo Michael Harner sosteneva che “per capire la profonda ostilità emotiva” nei confronti di tematiche che vengono poi relegate nella sfera dell’impossibile o – come capita oggi con preoccupante, ingenua ed eccessiva pervasività – in quella dei cd. complotti, “è necessario considerare il tipo di preconcetti da queste suscitate“. “La questione fondamentale” prosegue Harner “non è la limitatezza dell’esperienza culturale di una persona, ma la ristrettezza della sua esperienza cosciente. Le persone più prevenute [verso concezioni a loro non ordinarie, NdR] sono quelle che non l’hanno mai sperimentata. Questo si potrebbe definire cognicentrismo, l’analogo, nella coscienza, dell’etnocentrismo“. Oggigiorno la condizione di ignoranza, frammista all’illusione di sapere, e che deriva da profondi ed inconsci desideri d’evitamento e negazione, costituiscono il motivo primo per cui qualsiasi forma critica, finanche la più banale, viene ormai sempre classificata dall’uomo in fuga con la qualità di complotto (o sue pertinenze, anche solo come suggestioni emotive, pre-razionali), sterilizzandola.

È indubbiamente complottismo ritenere che una Spectre organizzi scientemente ogni nefandezza: all’orecchio suona decisamente stonato e comunque ci vorrebbero – come sempre peraltro – le famose prove. Ma corrisponde tuttavia a totale realismo ammettere che proprio il meccanismo dell’evitamento è diventato oggi la nostra modalità principale di approccio alla realtà.

È, inoltre e fuor di dubbio, complottista il ragionamento di chi vede un nemico forte e coeso pronto a distruggere la nostra millenaria e valorialmente stabile società (la Cina è vicina o il mussulmano ci vuole morti). A meno di non voler credere che un terribile cattivone mediorientale di nome Bin Laden abbia realizzato una paranoica organizzazione criminale, capace di raggirare qualsivoglia sistema di sicurezza dei più avanzati di un Paese, penetrando come il grissino nel tonno della pubblicità, per motivi d’odio nei confronti dei buoni (che saremmo – curioso – noi), finendo poi morto ammazzato per mano dei nostri eroi. Ci dispiace per il suo cadavere, sappiamo che avreste voluto vederlo, ma l’abbiamo gettato in mare perché i ragazzi della marina lo odiavano troppo, come tutti noi. In fondo è il cattivo. Si potrebbero produrre mille altri esempi e chissà che odore ha il rosa.

Altrettanto complottista è dunque chi pensa che c’è sempre una spiegazione valida in grado di riportare tutto alla matematica dimostrazione che postula l’esistenza perenne d’una comunità nella quale i propri membri si vogliono tutti bene, lottano assieme per il risultato comune in un grande abbraccio fraterno colmo d’amore verso il prossimo: tutto ciò che turba l’assioma dev’essere per forza figlio dell’illusione. È, questo, il complotto della ragione, che ci tiene sereni in un mondo colorato pink, come nella proiezione di Betty nel citato Mullholland Drive di Lynch, e che, chiaramente, è puro dreamlike. Ancorati alle autorità (ad esempio: lo dice LA Scienza), che però, nella realtà, non esistono in quanto assoluti perché non può vivere l’assoluto nella realtà, ma solo nell’allucinazione (la scienza di oggi è il primitivo di domani). Eppure viene vista, e peggio, vissuta come realtà, immutabile.

Come dire: se non sai, e solo tu puoi sapere se veramente sai, non dire che non esiste. Esci dal rosa, non succede poi tanto.

di NICOLA BARONI

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