Il crepuscolo dei vivi morenti

Mio nonno era una specie di stregone a Trinidad, ci diceva: “Quando non ci sarà più posto all’inferno, i morti cammineranno sulla terra“.

(Peter, Zombie)

 

 

In uno dei più intelligenti incipit della storia del cinema, mister Berman, conduttore di uno show televisivo, incalza contrariato il proprio ospite, il dr. Foster: “Ci serve una spiegazione scientifica, non una spiegazione fantascientifica!”. Al che Foster replica:” È per l’atteggiamento di gente come lei che questa situazione è affrontata con tanta irresponsabilità dal pubblico in generale! Voi non ci avere ascoltato, non avete voluto credere a questa situazione per tre settimane! Che cosa bisogna fare? Che cosa bisogna fare perché la gente apra gli occhi?”. Ancora, Berman:” La gente non ne vuole sapere delle sue soluzioni, dottore! E per quanto mi riguarda non posso dargli torto!”. “Io vi dico che ogni cadavere che non viene distrutto subito diventa uno di loro! Si alza e comincia a uccidere! Le persone che vengono uccise si rialzano e uccidono ancora!”, chiosa il dottore. A quel punto si passa in sala regia dove si vede Dan, un tecnico operatore, che scorato ammette:” Foster ha ragione, stiamo perdendo”. Subito, Jane, una tra i protagonisti della pellicola, schietta:” Già, ma non col nemico… Stiamo perdendo con noi stessi”. Lo stato psichico è reso – inquietante – dalle seducenti note della musica dei Goblin, reclamati a gran voce dal co-produttore Dario Argento, il principe del brivido. Il film è Zombie (Dawn of the Dead) e siamo nel 1978, quando gli effetti erano curati dal maestro del trucco Tom Savini e il digitale era fantascienza.

Già dieci anni prima il geniale cineasta sbancava i botteghini e coglieva il plauso della critica con la sua prima gelida creatura, La notte dei morti viventi, che per sua stessa ammissione, tuttavia, ancora non aveva realizzato a pieno il grande potenziale che il tema zombies poteva riservare:” Solo dopo La notte dei morti viventi, capii come quella degli zombie potesse essere una metafora potente, e importante. Se non li si considera mostri, ma una rappresentazione di quel che noi uomini siamo diventati, ecco allora che il genere dei morti viventi acquista un’altra dimensione. […] Per la verità con La Notte dei Morti viventi volevamo fare niente più che un filmetto commerciale, esagerare con la violenza, ma una critica alla crisi sociale degli anni ’60? No, quello fu un caso. E invece, un paio d’ anni dopo la sua uscita un articolo sulla rivista francese Cahiers du Cinema lo definì un film fondamentale in quanto esempio di cinema radicale, una reazione all’intervento militare Usa in Vietnam. Mi scoprii un autore socialmente impegnato e ci ho provato gusto”.

Da quel successo parte la codifica di un intero genere, in quel dialogo, invece, sta il sugo rosso sangue dello zombie romeriano. Nel senso che mai niente di simile era stato pensato fino ad allora e niente di simile verrà poi riproposto al di fuori di Romero stesso; copiatissimo, ma non nella qualità: i morti viventi, infatti, ad un livello superficiale dicono di noi come gruppo e, ad un livello più profondo, effettivamente sono lo spettatore, quale individuo, abitato dai propri mostri quotidiani. Metafora di quel primo livello, il centro commerciale Monroeville Mall, dove, in uno stato alterato di coscienza, un’orda di essere tenuti in vita dal solo istinto di fame insaziabile per la carne umana, s’aggira contaminando qualunque diverso che finisca per imbattersi- senza via di fuga – tra le bestiali braccia del branco. È la metafora del consumo per se stesso, del desiderio unilaterale di avere senza essere e che ad un certo punto fa dire a Peter, appena entrato con gli altri superstiti nel centro, in una scena dal sapore epico: “Vogliono questo posto, non sanno perché, ma se lo ricordano. Si ricordano che vogliono venire qui dentro”.

La trasformazione degli aggrediti in non-morti uguali a loro, poi, è il naturale corollario di quelle bramanti pretese di possesso: la paura per ciò che è difforme e il bisogno di forzarlo al punto di vista del gruppo. È questo il momento di contatto col livello più profondo: il disperato bisogno di piegare alla propria prospettiva ogni cosa fuori da sé e la continua proiezione delle proprie paure nell’altro, all’esterno – dunque in un certo senso evitante rispetto al male interno – è uno dei mostri che ci abita come individui. Il merito di Romero insomma è di aver usato lo zombie come riflesso di ciò che è stabile nell’intimo dello spettatore contemporaneo, sicuramente occidentale, ma non solo, e in questo senso ha certamente innovato il genere horror, che fino ad allora vedeva il mostro al più quale frutto accusatore della società, altro rispetto allo spettatore, e non come suo immediato riflesso. Quasi innanzi ad uno specchio, in totale aderenza con esso: mostruoso è dunque ciò che si conosce, ma da cui fuoriescono inquietanti verità, che generano ansia, sfiducia, paura. Lo zombie, fragile quando solo, ma spietatissimo in gruppo, è chi sta guardando.

La metafora di questo secondo livello è dinamica e corrisponde all’incapacità cronica dei vivi, spinti al terrore dai morti viventi, nel collaborare in maniera coesa per il bene di tutti i superstiti, svelandone tensioni ed angosce prima soltanto represse. È – in fondo – il motivo per il quale nessuna istituzione o minima organizzazione umana riesce a contenere il fenomeno, in continua e tragica espansione, quasi a dire: è inutile cercare soluzioni solamente fuori, domandandosi cosa può fare la società con le sue strutture per noi, se prima non ci si guarda dentro e, comprendendo che essa è una creazione astratta ma fatta però di individui ben reali e dotati di responsabilità singole, non si riconosce il male che è presente in noi tutti. Appare evidente in questo senso l’influenza dell’horror cd. psicologico (che inizia con gli anni ’60) ed è questo il senso delle parole del prete in un’altra celebre scena del film, quando dice:” Molti sono morti la settimana scorsa in queste strade, li troverete dall’altra parte di questo seminterrato, sono stato ora per i sacramenti. Adesso potete fare quello che volete, ora siete più forti di noi… Ma presto credo che loro saranno più forti di voi! Quando i morti camminano, signori, bisogna smettere di uccidere o si perde la guerra”.

Il padre di questo nuovo modo di intendere l’horror reca inoltre con la sua esperienza un’altra importantissima novità, questa volta a vantaggio del cinema intero: la prova che è divenuto possibile girare un film nero o d’indirizzo thrilleristico partendo da budget ridotti all’osso, come i suoi amatissimi zombies, a garanzia di una certa indipendenza artistica – cosa cui Romero terrà tantissimo nel corso dell’intera sua carriera, segnata da altri progetti, più o meno riusciti, tra i quali s’annoverano il più recente e sottovalutato La terra dei morti viventi, del 2005 e Wampyr, del ’77. Pochi soldi, ampia libertà a tutelare il talento, abbinati all’immancabile briciolo di fortuna, costituiscono dunque una possibilità concreta di riuscita, capace di trascendere gli asfissianti limiti imposti dalle esigenze di fatturazione aziendali, anticamera sorridente a moltissime carriere di registi pure successivi. Si pensi a Craven con L’ultima casa a sinistra, prima, e Le colline hanno gli occhi, subito dopo, o allo stesso Lynch con l’angosciante e complesso Eraserhead – La mente che cancella, oltre a Carpenter con Distretto 13, Cronenberg con Il demone sotto la pelle o Hooper con Non aprite quella porta, prima di chiudere il ciclo passando per il talento visivo di Raimi con il suo The Evil Dead (La Casa). Pellicola culto divenuta poi una divertentissima trilogia di successo, purtroppo inversamente proporzionale alla qualità profusa e che farà da spartiacque tra un filone in esaurimento e il genere nuovamente reinterpretato in chiave anni ’80: più leggero, poiché lontano da qualunque questione sociale o psicologica, puerile, provocatorio ed esageratamente splatter, ma pure con alcune interessanti sperimentazioni, come la contaminazione con la commedia, il fumetto e il cartoon o la televisione, ad esempio.

Il genere nero insomma diviene, a partire da Romero, potenziale di espressione per tutti gli insoddisfatti sociali, genere perturbatore, parabola sui  mostri che quotidianamente ci chiamano e che ancora oggi, qualche intelligente indagatore dell’inconscio, riesce a presentare sui nostri schermi, aldilà delle tendenze di periodo, pur con le immancabili influenze: la serie-non serie capolavoro assoluto di Lynch, Twin Peaks, interrotta nel ’91 e ripresa a maggio di quest’anno, ne è infatti una prova evidente: l’horror psicologico che si fa strada dagli anni ’60 (Hitchcock e Aldrich, per fare due nomi), la corrente filo-occultistica dai ‘70 (Rosemary’s Baby di Polanski, film precursore del ’68, L’Esorcista, Il Presagio ecc.), e soprattutto la vena spesso ironica ma sempre capace di rappresentare l’orrore del e nel quotidiano senza mai distanziarsene, giungendo fino alla comprensione umana del cattivo (cifre degli horror movies dei ’90 e di parecchia letteratura di genere precedente) sono qui influenti.

La società è un tutt’uno col male nella misura in cui lo è l’individuo che la compone: l’evitamento o la sua comprensione sono alla base di una sconfitta o di una vittoria nei suoi confronti. L’horror costituisce un viaggio all’interno della psiche, nel campo del non conosciuto e dell’invisibile: un altro mondo, ad ogni essere parallelo. Tema, quello dell’ombra nell’accezione junghiana, molto caro a Lynch come a Romero, col quale intravediamo i primi albori, e che proprio del romanzo di Stephen King La metà oscura tentò l’adattamento in pellicola, nell’omonimo film del ’93. Vedere dunque proprio gli Zombies di Romero quali precursori, in un certo senso, di questo tipo di prospettiva che rinobilita il male, guardandolo in faccia, anziché occultarne la violenza dietro una fragile maschera di apparenze felici, non appare un azzardo. Il crepuscolo dei vivi morenti: una speranza, aldilà del vuoto di sostanza cui gli anni duemila, salvo qualche eccezione, ci hanno fin troppo abituati.

Di NICOLA BARONI

 

 

Lascia un commento