Nel nome del padrino

 

La notizia ormai la conosciamo tutti. Distorta, perché i giornali fingono di mancare il punto in maniera sistematica e noi prendiamo dalle questioni solo ciò che più ci solletica, ma a grandi e pessime linee la conosciamo tutti: La Corte di Cassazione lunedì 5 giugno ha pubblicato una sentenza capace di incidere sulle condizioni detentive di Salvatore “Totò” Riina, il boss di Cosa nostra arrestato nel 1993 dopo una lunga latitanza e condannato a diversi ergastoli sin dal 1992. In carcere da 24 anni.

In pratica è accaduto questo: Riina, oggi 86enne e dal 2013 detenuto a Parma, è gravemente malato. Il suo avvocato ha presentato istanza al Tribunale di Sorveglianza di Bologna con la quale chiede la sospensione della pena o almeno gli arresti domiciliari. Il Tribunale non ha accolto la richiesta. Motivo: “lo stato di detenzione nulla aggiungeva alla sofferenza della patologia, essendo il rischio dell’esito infausto pari e comune a quello di ogni altro cittadino, anche in stato di libertà”. E la pericolosità del soggetto, a giustificare l’eccezionale inderogabilità dell’esecuzione della pena.

Cos’ha fatto dunque la Cassazione? La Corte ha annullato l’ordinanza bolognese, perché carente e contraddittoria in motivazione, rinviando al medesimo Tribunale per la rivalutazione dell’eventuale compatibilità delle condizioni generali di salute di Riina con la detenzione carceraria, questa volta, motivata adeguatamente. In altre parole, una sentenza di legittimità e non di merito, che tirando in un certo senso le orecchie al Tribunale lo invita a non dare nulla per scontato, ma a verificare in concreto e meglio argomentare le proprie statuizioni.

Infatti, precisa la Corte, il solo fatto del continuo monitoraggio dello stato di salute e dell’adeguatezza degli interventi, anche d’urgenza, operati non giustifica il rifiuto di differire la pena e non dimostra, di per sé preso, la compatibilità delle condizioni di salute di Riina con il regime carcerario cui è sottoposto. Ciò infatti costituisce motivazione parziale, perché manca di considerare lo stato di salute generale del soggetto coinvolto e non in grado di accertare se la detenzione carceraria comporti una sofferenza ed un’afflizione di tali intensità da eccedere il livello che, inevitabilmente, deriva dalla legittima esecuzione di una pena.

E questo, si badi bene, non è principio liberale che deve valere solo per Riina, ma per tutti coloro che vengono sottoposti a misure privative della libertà personale. Per tutti questi devono sempre indicarsi motivazioni verificate in concreto, complete, piene e, possibilmente, non date sulla base di suggestioni emotive di natura extragiuridica, come suggeriva Carlo Gambescia nel suo blog. Motivazioni, insomma, che aiutino a relativizzare, senza minimizzare, il nemico mafioso, riportandolo alll’interno di una dimensione umana. Capaci di sfuggire alle istintive e ferine logiche da capro espiatorio, che vogliono mali assoluti e mai relativi.

Salvatore Riina è “affetto da plurime patologie che interessano vari organi vitali, in particolare cuore e reni, con sindrome parkinsoniana in vasculopatia cerebrale cronica”. Prosegue la Cassazione (pagina 7): “Il tribunale, secondo questo Collegio, ha errato nel ritenere che le deficienze strutturali del luogo di restrizione non siano rilevanti ai fini del decidere sull’istanza del ricorrente avente ad oggetto proprio l’esecuzione della pena in luogo diverso, ed ha errato altresì, nel non rinviare la propria decisione all’esito di un accertamento volto a verificare, in concreto, se e quanto la mancanza di un letto che permetta ad un soggetto molto anziano e gravemente malato, non dotato di autonomia di movimento, di assumere una diversa posizione, incida sul superamento o meno di quel livello di dignità dell’esistenza che anche in carcere deve essere assicurato. Solo all’esito di tale accertamento il Tribunale avrebbe potuto deliberare, con cognizione di causa, sulla compatibilità, in concreto, della struttura carceraria con le condizioni di salute del ricorrente, fornendo, se del caso, indicazioni per il trasferimento del detenuto presso altra struttura”. Presso altra struttura, peraltro, non vuol dire necessariamente a casa nel caldo abbraccio dei propri cari. Penso sia chiaro.

Infine, il giudice di legittimità si è soffermato su un altro punto importante. Ha infatti considerato carente pure la motivazione inerente la pericolosità di Riina. Infatti (pagina 7 e 8): “Si osserva in merito che, ferma restando l’altissima pericolosità del detenuto e del suo indiscusso spessore criminale, il provvedimento non chiarisce, con motivazione adeguata, come tale pericolosità possa e debba considerarsi attuale in considerazione della sopravvenuta precarietà dele condizioni di salute e del più generale stato di decadimento fisico dello stesso. Ritiene in merito il Collegio che le eccezionali condizioni di pericolosità debbano essere basate su precisi argomenti di fatti, rapportati all’attuale capacità del soggetto di compiere, nonostante lo stato di decozione in cui versa, azioni idonee in concreto ad integrare il pericolo di recidivanza”. Precisi argomenti di fatto che giustifichino la probabilità di recidiva. Ancora una volta, riflessioni e non suggestioni. Nessuna scarcerazione, ma un necessario riesame degli argomenti. Direi che è una bella notizia che ancora si usino testa e cuore tra coloro che hanno il potere di decidere della vita delle persone.

di NICOLA BARONI

1 commento

  1. Cristina Manfredi dice: Rispondi

    Sì, concordo. E, comunque, se riesce ad essere pericoloso anche così, il problema è del sistema

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