Citazioni e responsabilità. Degli altri

Tizio qui. Caio qua. L’ha detto Orwell trallallero trallallà. È bello citare. Lo faccio anch’io molto spesso e sempre molto spesso risulta davvero utile a sintetizzare un concetto e soprattutto conferirne autorevolezza. Ipse dixit e bella lì. Ferma, statuaria, direi quasi ieratica la citazione adempie la propria funzione nel cerimoniale dell’evitamento, il nostro pane quotidiano. No, perché se chiediamo in giro una verità salta fuori certa: tutti sono per la Pace. Tutti sono per l’amore. Tutti sono per l’inclusione e il rispetto. Tutti sono per l’eguaglianza, tutti per la Democrazia e i diritti civili. Tutti si emozionano quando citano i passi più ispirati mai scritti e tutti, ma proprio tutti citano Orwell. A contare le parole e le condivisioni sui social gli storici del futuro si vedrebbero restituito il quadro d’una comunità di illuminati.

Perché dunque alle citazioni non corrispondono i fatti? O meglio: c’è un legame tra il bisogno di esprimersi in un modo poi del tutto incompatibile rispetto all’agire quotidiano? Perché la realtà – evidentemente – non è quella della narrazione, ma – appunto e per definizione – quella dei fatti. È allora colpa del vicino scoppiato, del falso amico che ci teniamo comunque appresso, del cane maleducato, del gatto con la sciatica, del pescetto grasso che ormai occupa l’acquario o la questione è un attimino più complessa, pervasiva e diffusa di così? Avete notato quanto una citazione sia alleggerente? Un click e liberi tutti. Come in un confessionale laico che di sacro non ha più nulla ristabilisco la mia immagine pulita ed ortodossa per poi – mondato – tornare alla ferina pratica del culto.

Un amico giorni fa mi ricordava che Pareto ha sostenuto che “il successo delle religioni si misura dal numero di praticanti NON credenti. Però, come diceva Pascal, “inginocchiati e crederai”. La pratica esteriore, anche se non sincera e autentica, modifica profondamente”. Che tipo di culto è quello che pone a sacramento la penitenza per la remissione della propria purezza e a pratica quotidiana quella dei propri peccati? In realtà non ho proprio la risposta, ma nascondersi per sopraffare è nella natura del comportamento animale e si respira nell’aria un gran bisogno di sentirsi ben più liberi di quanto l’Occidente moderno già non consenta. Così liberi da travalicare tutti gli spazi, in una vita d’istinti: il massimo grado di libertà. Il mondo intero – una savana –  la sua Chiesa: la prigione del più debole.

Ieri non a caso qualcuno citava esattamente Orwell, il quale pare proprio abbia detto che “La società è per sua natura oligarchica, e il potere dell’oligarchia si basa sempre sulla forza e sull’inganno. (…) Il potere può talvolta essere conquistato o mantenuto senza violenza, ma mai senza inganno, perché essendo necessario fare uso delle masse, queste non coopererebbero se sapessero di essere utilizzate semplicemente per gli scopi di una minoranza”. Anche qui – come sempre – tutti d’accordo. Chi potrebbe oggigiorno negare l’esistenza della società oligarchica, violenta e ingannevole, quella del potere che “se le masse sapessero di seguire non seguirebbero”? Nessuno.

Come l’amore, la pace, i diritti civili, anche la società oligarchica cattiva è talmente astraibile come concetto da rendersi ideale nella sua funzione d’evitamento della realtà, sacramento della riconciliazione che è – prima di tutto – con se stessi, il nuovo Dio. Il fatto è che non mi trovo molto d’accordo con Orwell, perché pure queste masse, diciamocelo, in fondo costituiscono un’astrazione vera e propria. Ma chi diavolo sarebbero poi queste masse? Vogliamo continuare a nasconderci come le fiere o finalmente venire incontro alla consistenza della responsabilità personale? Il “non ci possiamo fare niente” che infatti sta a corollario è il primo viatico all’annullamento di questa. Perché le continue scelte quotidiane le faccio io non la massa. Allora, due spunti.

Non è che forse rapporti di reciproca seduzione tra una minoranza possidente e una maggioranza posseduta sussistono ben oltre la semplice appartenenza di classe? Siamo sicuri che la sola distribuzione della ricchezza sia buon metro per valutare animi e intenti, scopi e preoccupazioni? Un uomo ciba solo terra e peltro? E poi, siamo davvero certi che il problema stia nel sapere o meno della propria condizione di posseduto e non piuttosto nel non voler sapere, nel continuo e disperato bisogno di evitare di riconoscere la realtà della pratica d’un culto ferino che ha come Dio il proprio Sé animale? Da George Orwell citiamo di come agisce il potere. Ma come agisce chi non ce l’ha?

di NICOLA BARONI

6 commenti

  1. Cristina Manfredi dice: Rispondi

    Per quanto riguarda la religione, mi hai fatto venire in mente un tale che, 2000 anni fa, avrebbe parlato di “sepolcri imbiancati”. Quanti ne ho conosciuti e quanti ne conosco. Sono un vero antidoto alla religiosità.
    Per la responsabilità individuale, non posso non rimandare a Dostoevskij, prima rivoluzionario, poi reazionario, ma sempre profondissimo conoscitore della società e dell’individuo. Tutti i suoi personaggi principali si trovano davanti, mutatis mutandis, ai quesiti che tu poni. E quasi nessuno, alla fine, può negare l’imprescindibilità della responsabilità individuale e delle azioni che ne derivano, o, come fai notare tu, “non” ne derivano

    1. Grazie Cristina. Ovviamente, mi trovi assolutamente d’accordo.
      N.

  2. roberto buffagni dice: Rispondi

    Bell’articolo, Nicola. La servitù è sempre (anche) volontaria.

    1. Grazie Roberto. L’articolo è nato proprio in seguito a quel tuo commento su Pareto e Pascal. Un saluto
      N.

  3. Marcello De Martino dice: Rispondi

    Bell’articolo.

    1. Grazie Marcello.
      N.

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