Melodramma e Tragedia

Una sera d’estate di parecchi anni fa, Ugo Tognazzi e famiglia passeggiavano sulla spiaggia di Torvajanica, diretti da un vicino che li aveva invitati a cena. Appena uscito di casa, Ugo s’era messo a magnificare la ricchezza dei loro ospiti, e non la finiva più. E avete visto quei tappeti, quelle automobili, quella barca, quei quadri, quei vini, quei gioielli, ma vi rendete conto di quanto sono ricchi quelli?

Gli altri si guardavano negli occhi, stupiti e divertiti, sorridendo dell’ inatteso siparietto del patriarca. Finché suo figlio Ricky salta su e gli fa: “Ma guarda Ugo che sei ricco anche tu.”

Ugo si ferma, si gira, lo fissa negli occhi e gli dà una replica folgorante: “Io non sono ricco. Io sono un povero che mantiene una famiglia di ricchi.”

Ecco: qui Tognazzi, che mai fu un intellettuale ma che divenne interprete indimenticabile di un modo di essere italiano, fa due cose necessarie anche a noi italiani di oggi, se vogliamo sapere chi siamo e magari anche dove possiamo, vogliamo e dobbiamo andare.
Primo: Tognazzi fa un esame di realtà, come lo chiamano gli psicologi.

Esame di realtà vuol dire riconoscere chi sei, da dove vieni e da quale situazione guardi te stesso e il mondo: perché se non riesci a capirlo, non puoi sapere dove davvero puoi, vuoi e devi andare. Con tanti esami di coscienza che ci vengono prescritti dalle più varie istanze – un tempo soprattutto la Chiesa, oggi piuttosto i nostri governanti e i nostri media, infaticabili nell’appiopparci i difetti più meschini e disonoranti – gli esami di realtà, in Italia, sono più rari dei premi Nobel.
Secondo: a suo figlio – e non è casuale né privo di importanza che lo dica proprio a suo figlio – Tognazzi dice che per capire se un uomo sia ricco o povero, non basta accertare quanti soldi ha. Essere ricco o povero è, appunto, un modo di essere, prima che un modo di avere.

E dicendo questa seconda cosa Tognazzi, senza saperlo, si allinea con alcuni dei maggiori interpreti dell’identità e della cultura italiana, anche loro dei ricchi che sapevano di essere poveri. Per esempio, si allinea con il conte Manzoni, che dedica la sua opera maggiore alle vicende di un’operaia tessile e di un operaio qualificato che diventa piccolo imprenditore; con il conte Leopardi, che in una delle sue poesie più luminose si fa pastore errante, un marginale così isolato che gli tocca di parlare con la luna; con il rentier Giovanni Verga, che nel suo romanzo migliore ci racconta la storia di una famiglia di poveri pescatori e di un carico di lupini.
Ugo Tognazzi, Alessandro Manzoni, Giacomo Leopardi, Giovanni Verga ci dicono, ciascuno a suo modo, una verità che noi italiani già sappiamo tutti, se appena ci riflettiamo e siamo onesti con noi stessi: che il modo di essere naturale, archetipico, dell’Italia e degli italiani è la povertà. Siamo stati la quinta potenza industriale del mondo, tuttora possediamo, neonati compresi, un paio di telefoni cellulari a testa, ma la povertà resta, nel bene e nel male, la nostra casa: finché ne avremo una.
Povertà e ricchezza hanno ciascuna le sue virtù e i suoi vizi. Virtù e vizi della ricchezza – amore della gloria e della sfida, fiducia in se stessi, alterigia, distacco – non ci riescono bene. Siamo decisamente più a nostro agio con virtù e vizi della povertà. Le principali virtù della povertà sono: sapere, fin dentro le ossa e il midollo, che la sciagura esiste sul serio, nella vita quotidiana di tutti e non solo nei libri; la modestia del realismo; la dignità che ne consegue; e la laboriosità. I principali difetti della povertà sono: il sogno della ricchezza che divora tutto; la millanteria della grandezza; il vittimismo; e la tentazione ricorrente del melodramma, cioè a dire la tentazione di credere e agire come se i poveri e i deboli, solo perché poveri e deboli, fossero buoni e incolpevoli: come se la responsabilità di errori colpe e mali fosse sempre dei ricchi e forti, e soprattutto degli altri.
Per noi italiani la tentazione del melodramma – la tentazione di dare la colpa (e con la colpa, la responsabilità) agli altri – è oggi la più forte e la più pericolosa. La più forte e la più pericolosa, perché oggi, noi italiani stiamo vivendo una tragedia, anche se facciamo di tutto per non accorgercene. Dico tragedia nel senso proprio, classico e greco della parola. Tragedia non è una vicenda sanguinosa, insolita e atroce che va necessariamente a finire molto male.

Ci sono tragedie in cui non si versa una goccia di sangue e che vanno a finire benissimo, per esempio il Filottete di Sofocle.

La tragedia, nel senso proprio, rappresenta una vicenda in cui un uomo, un gruppo di uomini o una comunità si trovano in una situazione per la quale non esistono manuali d’ istruzioni. Per sapere che cosa fare e non fare, che cosa dire e non dire, non bastano le leggi, i costumi, la religione, il buonsenso e l’esperienza.

Ci sei tu che sei solo, c’è la terra che è grande a perdita d’occhio, c’è il cielo che sta zitto, e stop.

Qui comincia la tragedia, e può finire bene o finire male: ma la responsabilità (anche se non necessariamente la colpa) dell’esito felice o infelice è tua, e solo tua.
La situazione tragica ha due conseguenze immediate su chi la vive: fa paura, e fa tornare bambini. Quando hanno paura, i bambini d’istinto si coprono gli occhi, come se chi non vede si nascondesse agli occhi altrui. Quando siamo lucidi e adulti sappiamo bene che non è così: ma è molto difficile essere lucidi e adulti in una situazione tragica.

Però, se non ci riusciamo la tragedia va finire molto male. Molto male, perché non soltanto veniamo sconfitti, ma diventiamo vittime, vittime di noi stessi e della nostra paura, della nostra impotenza, della nostra irresponsabilità. Qualcosa del genere è accaduto nella data nera della storia nazionale, l’otto settembre del ’43.

In quell’occasione – una situazione tragica se mai ce ne fu una – un piccolo gruppo di uomini credette che coprendosi gli occhi di fronte all’Italia, al mondo e alla guerra, l’Italia, il mondo e la guerra non li avrebbe veduti. Così, la sventura di essere sconfitti in guerra, che può capitare ed è capitata a tutte le nazioni e tutti i popoli, si è trasformata in un generatore inesauribile di travisamenti, menzogne, ipocrisie: e inutili atrocità. Il più duraturo di questi travisamenti, menzogne, ipocrisie, quello che ancora oggi ci copre gli occhi e ci fa comportare da bambini invece che da adulti, è la pretesa che non noi, ma altri, solo altri siano stati sconfitti e responsabili della sconfitta.

Non l’Italia, non gli italiani hanno perduto: ma l’altra Italia, gli altri italiani. Per gli antifascisti, gli italiani fascisti, traditori dell’Italia vera. Per i fascisti, l’Italia e gli italiani antifascisti, traditori della vera Italia. Visto lo straordinario successo del debutto, abbiamo continuato a rinfacciarci le colpe e a rimpallarci le responsabilità tra sinistra e destra, ricchi e poveri, cattolici e laici, Nord e Sud, e adesso anche – un po’ di novità, grazie al cielo – tra Italia e Unione Europea.
Sono settant’anni che zampettiamo in questa ruota da criceti. La porta della gabbia è aperta, ma finché continueremo a coprirci gli occhi, non ce ne accorgeremo mai. Togliamoci le mani dalla faccia, apriamo gli occhi. Quel che vedremo non sarà un sogno esaltante, un arcobaleno di gloria. Saranno le cose come stanno, e saremo noi come siamo.

Ci accorgeremo, probabilmente, di essere poveri, e capiremo, con il realismo dei poveri, che nessuno risolverà i nostri problemi, nessuno soccorrerà ai nostri bisogni: semmai, tutto il contrario. Non sarà un momento esaltante, e neanche un momento facile. Però scioglieremo il crampo che ci paralizza, e invece di non voler morire ricominceremo a voler vivere. Non mi sembra poco.

di ROBERTO BUFFAGNI

pubblicato in www.corrieredellacollera.com il 03/11/2013

 

3 commenti

  1. Se tu fossi un pittore, avresti appena prodotto una Grande Opera….(cui non risparmierei critiche 😉 ).

  2. roberto buffagni dice: Rispondi

    Grazie. Come pittore sono fermo ai due stecchi per le gambe, due per le braccia + tondino x la testa. Le critiche sono benvenute.

  3. […] del Farmaco (AIFA) prof. Sergio Pecorelli. Il fascino discreto di piacere a chi ti piace, di millantare la grandezza: una passione pienamente italiana. Non è un caso che proprio nell’aprile del 2016 GSK abbia […]

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