La morte accettabile

Parafrasando P. Ariès[1] possiamo indubbiamente constatare come oggi della coscienza che ognuno di noi ha o dovrebbe avere circa la propria morte non resta più nulla. Ciò che un tempo doveva essere conosciuto è ora celato, ciò che aveva carattere di pubblica solennità viene invece evitato. Laddove la necessità della rivelazione della morte costituisce tratto dell’antico, il sollievo dalla sua pena un tratto marcatamente moderno. Dal “Oh, muoio, Orazio” di Amleto o dal Don Chisciotte: “Gli tastò il polso e non rimase troppo soddisfatto, anzi disse che, a scanso di guai, pensasse ad assicurarsi l’anima, perché secondo lui c’era pericolo”, ché il sapere di morire era un fatto normale, sia che lo si scoprisse da sé sia che lo si sapesse da altri, fino alle parole di V. Jankélévitch il quale, ad un congresso medico nel ’66, colpiva a fondo:”Bisogna mentire al malato? […] [chi mente] è quello che dice la verità […] Sono contro la verità, appassionatamente contro la verità […] Per me c’è una legge più importante di tutte le altre, quella dell’amore e della carità[2]. In altre parole, la dissimulazione dell’approssimarsi della morte diviene regola morale, l’evitamento è elevato a dignità attraverso un processo di cosmesi fin troppo conosciuto oggigiorno: quello dello sbandieramento dell’amore compassionevole, tristemente abbassato ad innicchiare impulsi di natura in realtà opposta.

Dalle artes moriendi del XV secolo al tabù odierno, dunque. A giustificare l’importante passaggio lo stesso Ariés considerava differenti aspetti legati ai cambiamenti di costume, tali da poter dire che “più si va avanti nel tempo e più si sale nella scala sociale e urbana, meno l’uomo si accorge da sé della sua prossima fine, più occorre prepararlo ad essa e, di conseguenza, egli dipende di più da quelli che lo circondano”. Certamente, il momento spartiacque coincide con la seconda metà del XIX secolo, periodo chiave per comprendere appieno la modernità e ciò che l’uomo oggi è chiamato ad affrontare – vigile – il più possibile: il singolare progresso tecnico-scientifico che la fine del secolo segna infatti e la necessità d’una presa di coscienza circa la sua – necessaria – ambivalenza: qualsiasi fatto o comportamento è un continuum tra due estremi contrapposti, è l’equilibrio nel dualismo che va considerato. Ebbene, specie in campo medico, il progresso ha comportato l’occultamento nella coscienza dell’uomo della morte con la malattia non guaribile, in un sinolo mai più scindibile. Anzi, osservando la nostra contemporaneità possiamo asserire senza tema di smentita che esattamente la cronicità della malattia più che la morte tout court ne è qualifica propria. Semplificando: un tempo si moriva molto prima, più facilmente e il luogo simbolo d’un fatto comunque pubblico era la casa, oggi si muore più tardi, s’è molto spesso malati cronici – specie nell’ultimo terzo della vita[3] – e il palcoscenico di un fatto sempre più celato è l’ospedale, locus di liberazione da una tragedia considerata imbarazzante, incompatibile con la regolarità della vita quotidiana. L’équipe medica assume così il compito di sollevare familiari e conoscenti dalla pena della rivelazione sia del trapasso che della malattia incurabile. Al moribondo – così privato dell’intimo contatto cosciente con la propria morte/malattia –  spetta invece di dimostrare un acceptable style of facing death: che la morte o la malattia cronica[4] sia tale da poter essere acceptable dai superstiti, scomparire piano “pianissimo e, per così dire, in punta di piedi[5]. Sempre per amore, s’intende.

Di fronte ad un’evidenza che ognuno di noi può trarre facilmente dalla propria esperienza, anche il rituale del lutto muta sensibilmente. Geoffrey Gorer[6] spiega come oggi il superstite afflitto, il familiare, l’amico “piange solo […] in privato, così come ci si spoglia o si riposa in privato […] as if it were an analogue of masturbation”. La sua principale occupazione dev’essere quella di non far trasparire alcuna emozione, la società esige autocontrollo, fingersi indifferenti laddove s’impone decenza/dignità al moribondo: il nonno è partito per un viaggio lungo e straordinario, la nonna riposa in un giardino di caprifogli. Rubando la battuta allo stesso Ariès, non sono più i bambini a nascere sotto un cavolo, ma i morti a scomparire tra i fiori. Per evitare, così, l’esclusione sociale egli deve indossare una maschera, nascondere il proprio dolore, evitare comportamenti che lo tradirebbero e continuare pertanto la propria vita di relazioni, di lavoro e di svaghi proprio nel momento in cui, osserva Gorer, “egli ha più bisogno dell’assistenza della società che in qualunque altro momento della sua vita dopo l’infanzia e la prima giovinezza, eppure proprio allora la nostra società gli nega il suo aiuto e gli rifiuta la sua assistenza. Il prezzo di questa inadempienza è molto elevato: miseria, solitudine, disperazione, morbosità”.

Penso che qualsiasi dibattito che integri il delicato tema della morte e della malattia (in senso ampio) debba partire da queste premesse. Le peculiari caratteristiche della modernità prima e della contemporaneità poi, ce lo impongono.

di NICOLA BARONI

 

NOTE:

[1] P. Ariès, “Storia della morte in Occidente”, 1975.

[2] V. Jankélévitch, “Médicine de France”, n.77, 1966, pp. 3-16. Citato in P. Ariès, ibidem.

[3] Ne ha parlato – tra gli altri – il medico e Presidente della società italiana delle cure palliative dr. Carlo Peruselli in occasione di un convegno del 18 maggio 2015 presso l’Università di Roma La Sapienza per la presentazione del libro della costituzionalista Giovanna Razzano “Dignità nel morire, eutanasia e cure palliative nella prospettiva costituzionale”.

[4] O il coma irreversibile, indubbiamente.

[5] V. Jankélévitch, op. cit.

[6] G. Gorer, “The pornography of Death”, in “Encounter”, ottobre 1955. Articolo ripreso in appendice del libro dello stesso autore “Death, Grief and Mourning”, 1963. Citato in P. Ariès, op. cit.

1 commento

  1. Cristina Manfredi dice: Rispondi

    Nascondere la morte all’interessato può essere un atto d’amore, nella speranza che ciò lo aiuti a reagire, e quindi a vivere. Non è ipocrisia. Io credo alla morte solo dopo che è passata

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