Rasputin, il “povero (santo) diavolo” (Parte III)

Grigorij Efimovič Rasputin: un santo o un diavolo? Quid est veritas?

Il caso di specie relativo alla leggenda nera che avvolge questo personaggio attiene alla presunta sua appartenenza ai “flagellanti” (хлыст, Khlysti): costoro appartenevano a una setta eretica apparsa verso la prima metà del XVII sec. d.C. in Siberia e fondata, sembra, da un contadino di nome Danil Filippov di Kostroma[1]; secondo quanto si ritiene tuttora, i membri di questo culto cristiano sarebbero stati soliti riunirsi per partecipare a orge a sfondo sessuale al fine di attuare una sorta di estasi chiamata “radenja” (радéния, “allietamento”); il rituale era di tipo paganeggiante, poiché sul far dell’alba, dopo una notte di dissolutezze, una ragazza (chiamata la “nipote di Dio”: probabilmente una rappresentazione della Santa Vergine) si presentava nuda a tali convegni con in testa un piatto di uva secca i cui chicchi venivano offerti ai partecipanti, dando così una cifra di sé simile a una dea ctonia (Madre Terra?)[2].

È ovvio che i Khlysti vennero subito stigmatizzati dalle autorità ecclesiastiche e perseguitati da quelle secolari, fino alla loro totale estinzione: ma se nella Russia dell’inizio del secolo scorso si voleva infangare un religioso con una calunnia infamante, l’accusa più facile era quello di riconoscerlo membro della lubrica setta[3] – un’eventualità che certo non poteva non capitare a Padre Grigorij. Così, a questi capitò di essere accusato di essere un Khlysti in quanto avrebbe avuto libero accesso alle stanze imperiali di Tsarskoje Sjelo e perciò abusare a suo piacimento delle Loro Maestà le quattro granduchesse e la zarina; naturalmente, all’accusa non fece séguito alcun processo penale, poiché tale “franchigia” Rasputin non l’aveva mai avuta[4], ciò nondimeno la sua figura dovette combattere con questa diceria per tutta la vita dello starets – e, senza possibili contestazioni, anche dopo la sua tragica morte. Invero, già prima il presunto “monaco pazzo” era stato accusato dal rancoroso “profeta” Mitia Koljaba, subito supportato in ciò dal vero “monaco pazzo” Iliodor, di essere affiliato alla setta eretica, ma una commissione speciale composta da membri del Sacro Sinodo verificò l’infondatezza di tali insinuazioni[5]. Qual è la verità? È facile dimostrarla – per chi veramente lo voglia, s’intende.

“Maria”, la Rasputina, scrisse diverse memorie, quattro edite in Occidente, più una conosciuta solo in ambiente russo o slavofono (Bulgaria): guarda caso, è quest’ultima ad avere più importanza per la risoluzione dell’enigma. Oltre alle prime due[6], vi è quella succitata del 1934, la quale funse da “archetipo” – se vogliamo definire la cosa con un eufemismo – a
Elémire Zolla per la redazione del suo breve saggio apologetico[7]; un’altra[8] fu edita nel 1977 negli Stati Uniti, il paese in cui viveva la figlia dello starets e dove morì; infine, ve n’è un’altra ancora[9], scritta negli anni 1946-1960, che venne ritrovata rocambolescamente nel 1994, ancora inedita in una lingua occidentale di grande diffusione.

Nella libro del ’34 la figlia di Rasputin nega risolutamente che il padre avesse avuto rapporti con la setta eretica[10], pensando che le accuse traessero spunto dall’abitudine del padre di farsi il bagno nudo all’aria aperta – un atteggiamento naturista o, se vogliamo, un po’ hippie o wandervogel che lo accumunava ai modi rozzi dei russi della campagna. Nella memoria del ’77 le cose cambiano a 180°: ivi[11] si narra di uno strano episodio della vita di Griška (così veniva chiamato lo starets dagli intimi) quando appena diciottenne fu di stanza per un periodo di tre mesi nel Monastero di Verkhoturye, un paese nel mezzo dei Monti Urali. Lo strannik Rasputin arrivò dopo lungo peregrinare alle porte di un’izba e chiese un po’ di conforto agli occupanti; costoro lo accolsero, ma i loro visi tradivano una penosa tetraggine: la loro figlia era seriamente malata e temevano per la loro vita. Il giovane si offrì di dare il suo sostegno religioso e dopo una notte di preghiera al capezzale della giovane morente, essa guarì; la madre della “miracolata” cominciò a fare delle domande invero un po’ inopportune al guaritore straniero e gli scappò di dire se egli non fosse uno dei Khlysti. Rasputin rimase interdetto poiché all’epoca neppure sapeva chi fossero costoro: in breve, gli venne combinato un incontro con un loro vozhdi (вождь: “leader”).

Qui iniziano i particolari tanto assurdi quanto risibili: secondo il racconto della Rasputina questa guida dei settari spiegò all’incredulo e cristiano “Grischa” (sic!) che il corpo, essendo Tempio di Dio, aveva un grande potere e che “in India ci sono certi seguaci di Krishna, che è il loro Khristos ed è famoso per la sua capacità sessuale, i cui devoti meditano mentre sono nell’atto della copulazione[12]; costui continuò: “Guarda ai templi indù, con i loro muri esterni scolpiti con figure di dèi e dee mentre attuano ogni possibile specie di atto sessuale; considera le implicazioni dello Shiva lingam, la rappresentazione dell’organo sessuale del dio Shiva, e il modo con cui è venerato. E ci sono molti altri simboli del genere per il mondo. Perché, anche la Croce stessa era un antico simbolo sessuale. Non è stato se non quando la Chiesa prese il controllo della filosofia cristiana che il puritanesimo andò al potere e l’agape, o “festa dell’amore”, dei primi cristiani scandalizzò così tanto i puritani che questi alla fine la bandirono nel Concilio di Cartagine del 397 d.C.[13].

Orbene, ci si chiede davvero se nell’ultimo decennio del XIX secolo vi potesse essere qualcuno nella cosiddetta “Porta della Siberia” (così è chiamata Verkhoturye) che conoscesse: 1) i templi indù, nella fattispecie di Khajouraho (Madhya Pradesh); 2) che cosa fosse lo Śiva ligaṃ e quale significato avesse la sua venerazione; 3) le caratteristiche peculiari del medesimo dio della Trimūrti indù; e 4) i rituali tantrici e l’unione sessuale a sfondo “mistico” (maithuna). In realtà, tutto il racconto trasuda pseudomisticismo à la New Age, a iniziare dall’identificazione della Croce come organo sessuale[14] per finire con il panegirico del “free love”, ovviamente sexual, che c’entra ben poco con l’agape cristiana. È poi possibile che un incolto leader dei Khlysti, che erano, sì, settari, ma pur sempre cristianissimi, sapesse delle prodezze erotiche di Kṛṣṇa? Invero, l’interpretatio con il Χριστός ci sembra chiaro indice di un sincretismo cólto e un po’ esoterizzante alla Louis Jacolliot (1837-1890), il quale, oltre ad essere magistrato nelle colonie francesi di Pondichérry e Chandernagor in India, si dilettava a scrivere bizzarri testi di comparativismo linguistico-religioso come Christna et le Christ del 1874 o La Bible dans l’Inde, Vie de Iezeus Christna del 1869 (!).

Inoltre, il III Concilio di Cartagine, com’è noto, vietò le adunanze notturne di preghiera durante il periodo pasquale per tema che potessero dare àdito ad accuse di piacevoli incontri in periodo sacro di astinenza. Il racconto quindi continua con l’ovvia partecipazione attiva di Rasputin ad un radenja, dove nell’oscurità del luogo del raduno in modo inconsapevole si congiunge carnalmente con la madre della giovane che aveva guarito e, spoetizzato da ciò una volta fattosene avvertito, si dice che egli avrebbe rifiutato per sempre ogni contatto ulteriore con la setta eretica – ça va sans dire, dopo averne provato i disgustanti (!) piaceri “estatici”.

Tutta questa congerie di assurdità romanzesche come può essere spiegata? È semplice: basta prendere il mémoire della Rasputina recentemente scoperto, dove viene menzionato l’episodio della guarigione di Verkhoturye e dell’importuna indagine sull’appartenenza del giovane Rasputin ai Khlysti[15], ma non si fa il minimo accenno all’incontro con il vozhdi né tantomeno a fantomatici paralleli religiosi con l’induismo. Quindi, si può legittimamente sospettare che le memorie del ’77 fossero “aggiustate” da chi le redasse, nella fattispecie la giornalista Patte Barham, con l’avallo della stessa “Maria”-Matronja Rasputina, la quale non era certo in grado di scrivere agevolmente in inglese, che non era la sua lingua materna.

Forse, era necessario mettere un po’ di zolfo (e di pepe) sul testo della figlia dello starets, perché il libro diventasse uno scoop e un best-seller per i suoi risvolti rivelatori a sfondo sessuale – essendo i particolari piccanti sempre molto graditi al pubblico americano; v’è da ricordare che negli USA la Rasputina, dopo una mediocre carriera come domatrice di bestie feroci (in cui rischiò grosso: a Peru nello stato dell’Indiana venne attaccata da un orso), finì a vivere vicino alla Hollywood Freeway di Los Angeles in California con il sussidio per i poveri e, verso gli ultimi anni della sua vita, si improvvisò anche veggente, sfruttando astutamente il suo cognome come stigma sicuro di una congenita e atavica capacità soprannaturale: forse sperava che questo nuovo libro le avrebbe dato un po’ di soldi, così come quando nel circo si presentava come “la figlia del famoso monaco pazzo le cui gesta hanno stupito il mondo[16]; purtroppo, non fu così: il libro scritto a quattro mani uscì agli inizi del maggio 1977 e Maria morì il 27 settembre di quell’anno. Requiescat in pace[17].

Di conseguenza, la presunta connessione di Rasputin con i Khlysti sarebbe una delle tante fandonie che si raccontavano su di lui, quasi un irrefrenabile moto compulsivo di coloro che lo conoscevano
al quale non seppe resistere neanche la figlia maggiore dello starets; stupisce non poco che tale nomea aleggi ancora su Padre Grigorij, sostenuta anche da paludati storici di professione: se non si volesse dare ascolto alle parole della Rasputina, talora effettivamente un po’ “deliranti”, basterebbe infatti andare a leggere le
ultime risultanze degli studi storico-religiosi sulla setta summenzionata. Recenti ricerche[18] hanno portato alla conclusione che i Khlysti avevano un atteggiamento tutt’altro che libertino nei confronti del sesso: le presunte orge “estatiche” durante gli incontri sono un dato falso dovuto alle confessioni estorte sotto tortura, un po’ come il nefando “bacio alle terga del diavolo” e il blasfemo “sputo sulla Croce”, presunti atti commessi dai cavalieri Templari, seviziati per falsa accusa di eresia e stregoneria.

Non vogliamo proseguire oltre con questo esercizio di riabilitazione; ormai Rasputin fa parte del Mito ove ha assunto i contorni di una figura diabolica: non è possibile attuare nessuna correzione prospettica a questa diffrazione, poiché il “mito di Rasputin” vive di vita propria. Non si contano i casi di sfruttamento[19] del suo personaggio come protagonista o deuteragonista ovvero ancora antagonista sulla carta stampata, cioè nei romanzi e nei fumetti[20], per non parlare dei film più o meno dell’orrore – in tutti i sensi[21]. Per quanto riguarda l’uomo, che alla fine si rivela un “buon diavolo” vessato in vita e post mortem, sarebbe forse ora di farlo santo sul serio, visto che sono stati canonizzati come martiri dalla Chiesa Ortodossa Russa tutti i rappresentanti della famiglia Romanov, trucidati senza pietà nel 1918 a Ekaterinenburg dai bolscevichi su ordine di Lenin: esiste un movimento spontaneo popolare in Russia che a gran voce reclama quest’atto riparatore nelle piazze, con persone che portano come stendardo raffigurazioni dello starets aureolato e benedicente con il santo zarevič in braccio.

Comunque, quale sia il destino di Rasputin, poco importa; ancora una volta, ribadiamo: la verità storica è fatta dagli uomini, che errano; per la fede, invece, la Verità è qualcosa che attiene all’Assoluto, al quale nulla è nascosto.

FINE

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di MARCELLO DE MARTINO

 

NOTE

[1] Per una storia “classica” del movimento religioso dei Khlysti, si veda Aleksandr Ilijč Klibanov, Istorija religionoznogo sektantstva v Rossii (60-e gody XIX v.-1917 g.), Moskva 1965 [trad. it. Storia delle sette religiose in Russia: dagli anni ’60 del XIX secolo al 1917, Firenze 1980, pp. 103-153].

[2] La presunta orgia con tanto di “vergine” (!) è raccontata nel libello N. Tsakni, La Russie sectaire (sectes religieuses en Russie), Paris 1888 a p. 72-73. Quest’opera è la fonte per quanto riguarda le notizie sulla setta da cui attinse Julius Evola, il quale in un suo articolo apparso sul “Roma” nel ’57 dal titolo La strana religione dei Khlysti. Rasputin apparteneva alla misteriosa setta? avallò anch’egli l’appartenenza di Rasputin alla presunta setta orgiastica, dandogli però un valore “iniziatico” positivo; il Barone ripeté quanto detto alle pp. 165-169 di Metafisica del sesso, Roma 19692 [1° edizione: Roma-Tivoli 1958] con il titolo “Rasputin e la setta dei Khlysti”; è probabile che Evola avesse saputo qualcosa dei Khlysti direttamente dalla sua amante russa ma naturalizzata francese Maria de Naglowska, una seguace della Magia Sexualis di Pascal B. Randolph, la quale tradusse dal russo la biografia di Rasputin scritta da Simanovič, si veda n. 12.

[3] Rasputin fu anche al centro di denunce di abusi sessuali, che si rivelarono spesso di donne dall’atteggiamento mistico che si erano “offerte in sacrificio” al monaco per lavarsi dai peccati: talora erano dame di buona società che cercavano un brivido e una fama nel loro entourage coll’avere una relazione intima con il famoso starets; più spesso erano agenti di personaggi che tramavano nell’ombra per distruggere la fama sanctitatis che aleggiava su Rasputin: una di costoro, la prostituta sifilitica Khioniya Guseva, braccio armato del perfido monaco Iliodor, accoltellò lo starets per ucciderlo, e poco mancò che non ci riuscisse (esiste una foto dell’incauto “tombeur de femmes” degente sul suo letto dopo lo sfortunato rapido ménage). V’è da dire che questo genere di insinuazioni sono un triste quanto facile leitmotiv: lo stesso San Pio da Pietrelcina fu accusato di avere rapporti intimi con “pie donne”, peraltro quando era vecchio e malato.

[4] Rasputina, My Father cit., p. 117.

[5] Troyat, Rasputin cit., pp. 61-67.

[6] Primo libro di Maria venne pubblicata nel 1925 con il titolo Mon père Grigory Raspoutine. Mémoires et notes dalla J. Povolozky & Cie Éditeurs di Parigi; il secondo fu Le roman de ma vie del 1930 edito a Parigi presso La Nouvelle Société d’Édition.

[7] Già uscito in “Conoscenza Religiosa”, n. 4, 1975 con il titolo Grigori Rasputin.

[8] Maria Rasputin e Patte Barham, Rasputin. The Man Behind the Myth, Englewood Cliffs, NJ 1977; la casa editrice fu la Prentice-Hall.

[9] Матрëна Распутина, Распутин. Воспоминания дочери [Matrjona Rasputina, Rasputin. Ricordi della figlia], Moskva 2001. È stato pubblicato finalmente anche il diario di Rasputin, А. П. Коцюбинский e Д. А. Коцюбинский, Григорий Распутин, тайный и явный [A.P. Kotsjubinskij e D.A. Kotsjubinskij, Grigorij Rasputin, segreto e palese], Moskva 2003, che Radzinskij aveva trovato nel dossier donatogli dal musicista Rostropovič che l’aveva comprata da Sotheby nel 1995: questo documento di poche pagine sembra dare una luce positiva allo starets, ma – guarda caso! – su questo è subito calata l’ombra del sospetto che possa trattarsi di una contraffazione artatamente riabilitativa della figura di Rasputin.

[10] Rasputina, My Father cit., pp. 50, 73,108, 117.

[11] Rasputin e Barham, Rasputin cit., pp. 80-88.

[12] Ibidem, p. 82.

[13] Ibidem, p. 83.

[14] Non c’è limite alle fantasie degli uomini, che in questo caso più che essere blasfeme scadono nel ridicolo: si ricorderà, mutatis mutandis, l’interpretazione dello studioso John Marco Allegro, il quale nel suo The Sacred Mushroom and the Cross del 1970 reputò di aver scoperto che la Croce cristiana in realtà rappresentava… un fungo allucinogeno! È chiaro che le allucinazioni in questo caso erano solo quelle dell’Autore quando scriveva il proprio trattato, il quale ha avuto la ventura di essere tradotto anche in italiano (Il fungo sacro e la Croce, Roma 1970), seppur decurtato della bibliografia (pseudo)scientifica, che evidentemente non sarebbe stato il centro d’interesse dei lettori a cui il libro era diretto.

[15] Распутина, Распутин cit., pp. 20-21; Maria conclude che Rasputin fu solo interessato a vedere i rituali dei Khlysti, ma che non vi partecipò, ibidem p. 21: “Отец никогда не скрывал, что бывал на радениях хлыстов, но точно так же он никогда не говорил, что разделяет их взгляды [Mio padre non ha mai nascosto di aver visitato le veglie dei Khlysti, ma non ha mai detto di aver condiviso le loro opinioni]”.

[16]the daughter of the famous mad monk whose feats in Russia astonished the world”, in Robert K. Massie, Nicholas and Alexandra, New York 1967, p. 526.

[17] Anche se non è così, purtroppo; sembra infatti che la figlia dello starets abbia condiviso lo stesso “karma” negativo del padre, se è vero che anch’essa è divenuta una figura “mitologica” appartenente alla sfera dell’occulto e del misticismo eterodosso: infatti, su di lei sono stati scritti due romanzi a sfondo religioso lato sensu. Il primo è del 2006, Rasputin’s Daughter di Robert Alexander, un autore che conosce bene la cultura e la lingua russa, e che si rivela preparato sull’argomento: pur tuttavia, se a pp. 19 e 71 fa dire alla protagonista che suo padre non era affiliato della setta dei Khlysti, al cap. 18 (pp. 224-241) Alexander fa partecipare a un radenja proprio… la giovane Maria (!), la quale, promossa per l’occasione a “Bogoroditsa” (“Madre di Dio”), raggiunge l’estasi mistica dopo una vorticosa danza sfrenata a cui, però, non segue la famigerata orgia sessuale; vi è poi il recentissimo Enchantments di Kathryn Harrison del 2012, dove la Rasputina viene cooptata dai Romanov dopo la morte dello starets perché continui l’opera salvifica sullo zarevič nella speranza che ella abbia ereditato (!) i poteri taumaturgici del padre. In realtà, il destino e la personalità di Maria furono molto differenti da quelli del padre, si veda il ricordo di chi ebbe modo di frequentarla a Los Angeles su http://xcentricla.blogspot.it/2009/10/maria-rasputin-rests-in-peace.html; per ironia della sorte, i discendenti di Rasputin e di Yusupov si frequentano senza rancori: una delle due figlie di Maria Rasputina è in rapporti amichevoli con Irina Yusupova, la figlia di Felix Yusupov.

[18] Riguardo alle presunte orge sessuali dei Khlysti, si rimanda al testo fondamentale e illuminante di Alexander A. Panchenko, Христовщина и скопчество: фольклор и традиционная культура русских мистических сект [Khlysti e Skoptsi: folklore e cultura tradizionale delle sette mistiche russe], Moskva 2002, laddove criticabile è invece il lavoro di Alexandr Etkind, Хлыст: Секты, литература и революция [Khlysti: setta, letteratura e rivoluzione], Moskva 1998. Notevolissima per i tempi e sicuramente gradita a chi non conosce la lingua di Puškin è la tesi di dottorato discussa nel dicembre del ’89 da John Eugene Clay all’University of Chicago, dall’eloquente titolo Russian Peasant Religion and Its Repression: The Christ-Faith (Kristovshchina) and the Origin of the “Flagellant” Myth, 1966-1837, pp. 741.

[19] Oltre al caso del falso “pene”, si registra un presunto “oracolo di Rasputin” esposto in un libro omonimo da una tal “Manteia” (nomen omen!) ed edito dalle Edizioni Mediterranee di Roma nel 1975, il quale è peraltro corredato da dischi magici per un’eventuale consultazione pratica (!).

[20] Rasputin non poteva non essere cooptato dal mondo dei comics e infatti è diventato nel 1993 un personaggio della serie Hellboy, che prende il nome dal protagonista, un diavolo (alla fine, anch’egli “buono”: hélas!) che viene evocato dal malefico stregone Grigorij; lo starets dopo che è stato riportato in vita viene contattato dai nazisti dell’Ahnenerbe perché li aiuti a vincere la Seconda guerra mondiale, ovviamente con le forze occulte di cui è Maestro: come può vedere l’accorto lettore, il legame tra nazismo esoterico e Rasputin è evidente… Da questo fumetto un po’ sui generis se ne è tratto nel 2004 un film omonimo di un certo successo diretto da Guillermo del Toro, dove il personaggio di Rasputin non poteva coincidere meglio con l’aura funesta che ne circonda il famigerato mito.

[21] Oltre al vecchio film già menzionato alla n. 1, se ne ricorderà solo l’ultimo, Rasputin, apparso nel 2011 e diretto da Louis Nero, che chiude (per il momento) degnamente tutta questa serie di film. Unica eccezione a questa specie di “comedy of errors” è Rasputin. Dark Servant of Destiny (1996) di Uli Edel, il quale sembra voler riabilitare la figura dello starets (al solito, la traduzione del titolo è indicativa e al contempo fuorviante: Rasputin. Il demone nero); ancora il 28 dicembre 2012 in prima serata su Rai1 si è mandato in onda uno Speciale Superquark intitolato “Il caso Rasputin” (titolo (orig. franc. Raspoutine) di un film per la televisione del 2011 di Josée Dayan, con Gérard Depardieu nel ruolo del protagonista) condotto da Piero Angela, in cui si è ripetuto pedissequamente la storia del “monaco pazzo” con tutte le sue viete communes opiniones: un ulteriore sperpero di denaro pubblico per un servizio di pura disinformazione, non suffragata da alcuna seria indagine storica e compensata solo dalle bellissime immagini dei luoghi storici di San Pietroburgo e Pokrovskoje, paese natale di Rasputin.

2 commenti

  1. Cristina Manfredi dice: Rispondi

    Le sette russe sono estremamente complesse e variegate, e una loro catalogazione, già difficile per la vastità del territorio interessato dal fenomeno, è resa ancora più complessa dal fatto che alcune sono preesistenti allo scisma fra vecchi e nuovi credenti, mentre altre ne traggono origine a vario titolo. A ciò si aggiunge il lungo periodo di silenzio che su questo fenomeno, tuttora esistente, cadde dopo la rivoluzione, per cui solo nell’emigrazione continuarono le ricerche e solo all’estero si pubblicò qualche testo affidabile sull’argomento, che è, a mio avviso, di estrema importanza. Tra i xhlysty, come anche tra i vecchi credenti, figuravano nobili, religiosi, ricchi borghesi e persone di rango anche molto alto, e quindi detentori di fatto di un peso politico. La frequentazione di certi ambienti da parte di Rasputin si potrebbe forse spiegare col suo interesse a mantenere buoni rapporti con certi ambienti e anche ad esercitarvi un certo controllo. Risulta che aderenti a sette, anche vicine al hlystovstvo, intrattenessero relazioni con gruppi, anche di altri paesi, come ad esempio, i sufi danzanti, coi quali avrebbero in comune la ricerca dell’estasi nel movimento ossessivo del ballo. La presenza di comunità di hlysty nella zona del Caucaso, e quindi vicino alla Turchia, sembra certa. Sull’origine del nome “hlyst”, c’è poi l’ipotesi, abbastanza accreditata, che sia la corruzione di hrist, ossia cristo. Ciò sarebbe confermato dalla circostanza che, nella celebrazione del radenie, si eleggeva un cristo e una madonna. Parte dell’intelligencija russa, alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre, si sarebbe interessata ai settari, tra cui figuravano anche poeti di spicco, come Kljuev, epurato all’epoca del grande terrore, che intrattenne una lunga corrispondenza con Blok. Alcuni studiosi ritengono che nel poema I dodici possano ravvisarsi influssi di questo rapporto.

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