Rasputin, il “povero (santo) diavolo” (Parte II)

Grigorij Efimovič Rasputin: quali sono le fonti da cui si può riconoscere un po’ di verità dietro la coltre di maldicenze e di odio che coprirono la figura di questo mugik russo? A questo punto ci voglia scusare il lettore se vogliamo parlare un po’ di noi stessi.

Quando avemmo l’occasione di leggere Uscite dal mondo (Milano 1992) di Elémire Zolla, alle pp. 201-208 trovammo un capitolo che elogiava toto corde Rasputin: redatto con la prosa tipica del provetto scrittore, le parole del professore di letteratura americana dell’Università “La Sapienza” di Roma ci affascinarono molto e, invero, ci meravigliarono non poco; dove aveva preso, infatti, Zolla tutte quelle informazioni che non avevamo trovato altrove, dettagli intimi, importanti, rivelatori? Da dove egli aveva recuperato i testi di Padre Grigorij in cui narrava i suoi (due!) pellegrinaggi in Terra Santa e sul Monte Athos? Quale era la sua fonte, ci domandammo? E così via, per molti altri dettagli, che mettevano in luce un altro Rasputin, non il “monaco pazzo”, non il diavolo ‘sant(ificat)o’, ma un uomo semplice, insomma “normale”, al limite un po’ visionario (avrebbe avuto un’apparizione di Nostra Signora di Kazan: un fatto proprio impossibile?), ma non un folle con manie di onnipotenza che aspirava a guidare occultamente la Santa Madre Russia.

Insomma, qualcosa di simile a un “santo”, certo non di quelli a cui la Chiesa ci aveva abituato: non era certo un asceta, visto che Rasputin fu talora seguace della Dive Bouteille; e non era mai stato un monaco, posto che era sposato con Praskovja Feodorovna Dubrovina, con la quale non dové essersi astenuto dai piaceri d’alcova se da lei ebbe due figlie, Maria e Varvara, e due figli di nome Dmitrij di cui uno morto infante; diciamo un santo un po’ più “umano”, il che per certi ambienti rigidamente ortodossi della fede cristiana vorrebbe dire “semidiabolico”, se è vero che la carne è la madre di tutti i vizi. Anni dopo, trovammo la risposta nel fondo dei libri rari e dei manoscritti della Van Pelt Library dell’University of Pennsylvania: ivi si trovava una copia del libro della figlia maggiore di Rasputin, “Maria” (in Occidente; in Russia, Matronja [Матрёна]) Grigorjevna Rasputina, dal titolo My father, edito a Londra nel 1934: dopo averlo letto, concludemmo che Zolla aveva tratto da lì tutte le sue informazioni a riguardo, pur non menzionando mai nel suo breve saggio[1] le memorie della figlia dello starets.

La lettura di questo libro ci impressionò ancor di più, e non solo per la facile critica distruttiva delle molte amenità che si dicevano sul conto di Rasputin, ma perché ci convincemmo vieppiù che una figura storica può essere travisata anche totalmente e che l’analisi delle fonti nulla può per smascherare il falso storico, anzi talora lo avalla, se tali fonti sono univoche; è come in un processo: se il giudice o la corte ha solo prove a sfavore dell’accusato, anche se queste sono state realizzate ad arte per incastrare il poveretto, il risultato è scontato, questi non può essere che condannato. In definitiva, la verità processuale, come quella storica, è realizzata dagli uomini, la cui cognizione della realtà è giocoforza limitata, e non coincide pertanto con la Verità, che attiene a una Conoscenza superiore, onnisciente e illimitata.

Tutte (o quasi[2]) le biografie di Rasputin, anche la migliore, che a nostro giudizio è quella di Edvard Radzinskij, il quale porta delle novità basandosi su un dossier inedito relativo alle ricerche avviate dal Governo provvisorio del 1917 e uscito fuori dopo ottant’anni di occultamento[3], non mutano di una virgola l’aspetto sinistro e negativo di quest’uomo a cui non è stata risparmiata una morte atroce e nemmeno rispettata la salma nella quiete della sepoltura[4].

In ogni biografia fanno sempre la parte del leone i lati più ripugnanti, quali un’irrefrenabile frenesia sessuale e uno stato perenne di ubriachezza; gli occhi di ghiaccio, ipnotici, con cui avrebbe posto facilmente sotto il proprio potere chiunque, anche lo zar e soprattutto la zarina, segretamente – nemmeno poi tanto[5] – innamorata del “monaco”. Ma basterebbe leggere le memorie di Aleksjei Tikhonovič Vassiljev[6], capo delle polizia segreta russa, l’Ochrana, l’antecedente storica della sovietica KGB, per avere un’immagine del tutto contraria a questa rappresentazione diabolica. A questi era demandato il compito di far seguire quotidianamente Rasputin e di far riferire puntualmente che cosa egli facesse: i resoconti polizieschi a riguardo riportano uno stile di vita di una banalità disarmante[7].

Il battage di pubblicità negativa che imperversava in quell’epoca di rivoluzione antimonarchica prendeva il pretesto dalle visite di Rasputin ai palazzi imperiali, il cui unico scopo era quello di alleviare le pene del giovane zarevič e di preservarlo dalle possibili conseguenze fatali della sua emofilia[8] – un potere che metteva in imbarazzo e, quindi, in disappunto i medici di corte, visto che funzionava anche per telegramma![9] –, per intessere tutta una palinodia di intrecci amorosi di natura erotica con le granduchesse e la zarina medesima, abilmente riportati in libelli e opuscoli con volgari disegni e caricature eloquenti: tutte infami menzogne, se è vero che lo starets veniva preso dal più forte panico ogniqualvolta riceveva una telefonata perché andasse in udienza dalle Loro Altezze Imperiali[10] – ecco qual era il “monaco nero” che con gli occhi mesmerici soggiogava lo zar e faceva e disfaceva governi eleggendo ministri a suo piacimento!

Siamo convinti che il nostro lettore a questo punto rimanga un po’ interdetto nel leggere queste nostre parole: non gli parrà possibile che tutto ciò che la communis opinio ci fornisce sulla figura di Rasputin sia frutto della disinformatsija e dell’imperizia degli storici; egli ha ragione: tutto no, ma quasi tutto. Daremo quindi solo un caso eclatante di palese cattiva informazione su Rasputin, essendocene molti altri come abbiamo detto, ma che non vogliamo qui esporre in quanto sarebbe necessario un intero e corposo saggio per enumerarli tutti analizzandoli come si conviene secondo una vera analisi storica.

FINE PARTE 2/3

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di MARCELLO DE MARTINO

 

NOTE

[1] Bisogna dire che Zolla si lasciò andare in quell’occasione anche a lodi così sperticate di Rasputin che risultano decisamente esagerate, come quando alla chiusa del suo saggio elogiò la grafia “ieratica” dalle grandi volute del monaco, le quali sarebbero state un riflesso della “grande anima” di costui, p. 208: “La grafia di queste lettere è rustica ma armoniosa a suo modo, l’arco delle curve è quello della schiettezza e della generosità, della celebre generosità di Grigori. Se si prova a ricalcare la sua scrittura, a rifarla e se così muovendo il nostro polso con l’esatta cadenza del suo, ci porremo in ascolto di ciò che dentro di noi così, a quel ritmo, si desta, avremo l’impressione dapprima come di una buia, calma, silenziosa profondità e poi di un affiorare in essa di calde successive ondate d’una forza psichica immane. Questa grafia traccia quelle pagine soavi che si sono citate. Di questo contemplativo che con l’orazione sanava i malati, liberava gli ossessi, largiva parole di pace e di buongoverno ai potenti, si osò fare un mostro assatanato. Che la sua grazia ritorni visibile agli onesti”. In realtà, quella che il lirismo di Zolla decanta era una tipica forma infantile di scrittura, dovuta all’ignoranza del taumaturgo russo, sostanzialmente un semianalfabeta, che solitamente si faceva aiutare dai suoi segretari quando doveva scrivere.

[2] Vanno ricordate come felice eccezione le memorie di Aron Simanovič, Raspoutine, par son secrétaire, Paris 1930 [tit. orig. Rasputin i evrei. Vospominanija ličnogo sekretarija Grigorija Rasputina (Распутин и евреи. Воспоминания личного секретаря Григория Распутина), Riga 1924], supportate dal saggio di Delin Colón, Rasputin and The Jews: A Reversal of History, CreateSpace 2011; infine, dobbiamo citare necessariamente Raspoutine, Paris 1985, il libro di un émigré a Parigi, il Knjas Paul Mourousy, figlio di un diplomatico della Russia zarista: Mourousy conobbe personalmente Maria Rasputina e la sua è l’unica biografia obiettiva dello starets, in cui si parla del nugolo di intriganti che attorniava padre Grigorij – una voce purtroppo inascoltata. Comunque, va detto che negli ultimi anni il trend sembra stia cambiando nella saggistica internazionale: v’è da ricordare il recente volume di Richard Cullen, Rasputin. The role of Britain’s secret service in his torture and murder, London 2010, non aggiunge niente a quanto detto dal presente libro di Cook (la cui originale edizione inglese è stata pubblicata nel 2005) se non per un’aura di inchiesta poliziesca, probabilmente dovuta al background lavorativo dell’autore, ex dipendente in pensione del Metropolitan Police Service di Londra; la critica “revisionista” sul mugik russo è stata inaugurata dal nazionalista nizzardo (!) Alain Roullier, il quale presso una casa editrice della sua città natale (France Europe éditions) ha pubblicato un libro nel 1998 dal titolo eclatante Raspoutine est innocent in cui portava prove documentali (sulla cui autenticità si sono sollevati fieri dubbi) che avrebbero dovuto ribaltare la visione sul “monaco pazzo”; diversamente, molto più importante e convincente è stato l’apporto dell’australiana di origini russe Margarita Nelipa con il suo The Murder of Grigori Rasputin. A Conspiracy That Brought Down the Russian Empire edito in Canada (Pickering, ON) nel 2010, la cui mole di informazioni di ogni genere è tale da far considerare questo studio imprescindibile per ogni futura ricerca seria su Rasputin; altrettanto innovativo e basato su documenti inediti è il recente libro di Joseph T. Fuhrmann Rasputin: The Untold Story, Hoboken, NJ 2013.

[3] Rasputin: The Last Word, London 2000 [trad. it. Rasputin. La vera storia del contadino che segnò la fine di un impero, Milano 2000]. L’autore, che è un commediografo di professione, è uno storico en amusant, e le sue analisi hanno ben poco dello scientifico, come quando a p. 28 si ostina irragionevolmente a far derivare il cognome “Rasputin” da rasputnij, cioè “dissoluto”, mentre la figlia Rasputina (che non per questo sarebbe stata una donna immorale!) afferma a p. 30 delle sue memorie del ’34 che quasi la metà degli abitanti del villaggio natale del padre, Pokrovskoje, possedevano tale cognome – un covo siberiano di depravati?

[4] La zarina volle che il corpo straziato del suo amato confidente spirituale e angelo custode del figlioletto riposasse a Tsarskoje Sjelo, ma durante le sommosse della Rivoluzione di Febbraio una masnada di operai venuti da San Pietroburgo violò la tomba di Rasputin, ne bruciò il corpo e ne disperse ceneri: nulla abbiamo delle spoglie mortali dello starets, essendo lo spropositato pene che fa bella mostra di sé per motivi di attrazione turistica al “Museo dell’Erotismo” (!) di San Pietroburgo (su “Repubblica”, 28 aprile 2004, p. 22) nient’altro che una falsificazione – l’ennesima! Come si può vedere nel 3° capitolo di Andrew Cook, Uccidere Rasputin cit., l’autopsia rilevò che nella colluttazione con i suoi assassini le parti basse di Rasputin risultarono completamente contuse in séguito a ripetuti forti colpi infertigli – altro che evirazione a scopo di dileggiante contrappasso per il lussurioso Khlysti!

[5] Alexandra, una donna dall’intelletto non pari alla sua bellezza, commise l’imprudenza di scrivere delle lettere e dei biglietti a Rasputin dove si profuse in apprezzamenti verso lo starets che risultarono molto compromettenti per il loro trasporto passionale: una di esse fu sottratta dal monaco Iliodor che la pubblicò nel suo pamphlet Griška, si veda Radzinskij, Rasputin cit., p. 167; in realtà, la zarina stravedeva per il figlio, e pertanto “adorava” chi lo salvava da morte certa, come dimostrò di riuscirci Rasputin.

[6] The Okhrana: The Russian Secret Police, London 1930 [trad. it. La polizia segreta degli zar, l’“Ochrana”, Milano 1930, pp. 104-108].

[7] Ibidem, p. 107.

[8] Un difetto ereditato da parte materna e che risaliva al gene corrotto della regina Vittoria.

[9] Maria Rasputin, My Father cit., p. 72 e più estesamente Erickson, La Zarina Alessandra cit., pp. 186-189 raccontano i momenti terribili passati dalla famiglia imperiale a Spala in Polonia nell’ottobre del 1912, quando lo zarevič ebbe un’emorragia inarrestabile che non dava più speranze; alla fine il bimbo con una facies hippocratica non si lamentava nemmeno più e tutti erano al suo capezzale come per una veglia funebre: il più grande medico di Russia dell’epoca, il dr Fodorov, disse ai genitori che si dovevano preparare al peggio, poiché era iniziata un’emorragia gastrica e il piccolo Aleksjei rischiava la setticemia e una peritonite. Fu il momento più grave della breve vita dell’erede al trono: la madre nella disperazione si risolse a inviare un telegramma a Rasputin in Siberia chiedendo aiuto. Il messaggio arrivò alla casa dello starets che stava pranzando: si alzò da tavola e si mise in ginocchio in preghiera di fronte a un’icona della Vergine di Kazan. Dopo un’ora dettò un telegramma di risposta di questo tenore: “Non temete nulla. La malattia non è così pericolosa come sembra. Non permettete che i dottori lo disturbino troppo”; dopo poche ore che la missiva di Rasputin fu arrivata a Spala, inaspettatamente il piccolo moribondo migliorò e il pericolo fatale fu scongiurato, tra lo stupore dei medici per quello che appariva come un incredibile miracolo.

[10] The Okhrana cit., p. 108.

 

4 commenti

  1. Cristina Manfredi dice: Rispondi

    In attesa della 3. parte, faccio un’osservazione redazionale: a parte i testi, soprattutto quelli stranieri, che citate, che devono restare tali e quali, sarebbe preferibile adottare un unico sistema credibile di traslitterazione

  2. Marcello De Martino dice: Rispondi

    Gentile signora Manfredi,

    io le dico in tibetano:

    རང་​གི་​ལས་​ལ་​དོན་​གཉེར!

    Può traslitterare la frase utilizzando sia il sistema pinyin sia quello Wylie, ma il senso non cambia.
    Cordialità,

    Marcello De Martino

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