Rasputin, il “povero (santo) diavolo” (Parte I)

ovvero della falsificabilità e delle falsificazioni della Storia

 

Qual è la differenza tra bene e male? O meglio: che cos’è che fa qualcuno “buono” o “cattivo”?

Non si preoccupi lo stupito lettore: questo non è l’incipit di un volume di etica; noi non vogliamo tediare nessuno, né, d’altronde, potremmo insegnare niente a riguardo. Pur tuttavia, la domanda è d’obbligo, e si addice benissimo al personaggio di cui presentiamo la biografia relativa agli ultimi suoi giorni: “Padre” Grigorij Efimovič Rasputin [Григорий Ефимович Распутин] (1869-1916).

Starets (стaрец: “mistico”), strannik (стрaнник: “pellegrino”), taumaturgo, protettore dello zar e della Santa Madre Russia, soccorritore dei bisognosi, umile mugik (мужик: “paesano”), martire, perseguitato politico, oppure predestinato “dissoluto” (nomen omen da rasputnij [распутный]), fanatico predicatore, losco figuro dagli occhi mesmerici, “monaco pazzo”, rozzo e ignorante contadino, furbo circonventore, beone, orgiasta, eretico?

Insomma: santo o diavolo? o meglio, Rasputin era un diavolo ‘santo’ (Svjatoj čort [святой черт]), cioè santificato da molti, come lo definì il suo grande nemico il monaco Iliodor, al secolo Sergej Michailovič Truvanov (1880-1952), dedicandogli nel 1917 un libro con tale titolo[1], o era invece un ‘San Diavolo’ (Der heilige Teufel), cioè, alla fin fine, un buon diavolo, come lo reputò il sociologo René Fülöp Miller tanto da intitolargli così la sua equilibrata biografia[2] di Rasputin del 1927? o, infine, era solo un povero diavolo, fors’anche un “santo” fuori dagli schemi come poteva esserlo un “folle di Dio” quale Shams-i Tabrīzī, il misterioso mentore di Rūmī, o il nostrano San Francesco d’Assisi? Chissà.

Infatti, ci si chiede se sia davvero possibile utilizzare così facilmente i normali canoni di moralità per giudicare figure storiche che si stagliano al di sopra della media della gente ‘comune’. Giudicare grandi personaggi è qualcosa di veramente arduo per lo storico – e per chiunque, d’altronde; in realtà, come dèi, essi si trovano nietzschianamente “al di là del bene e del male”, e come l’ideale “Principe” di Machiavelli, essi hanno uno statuto speciale tra gli uomini: e le umili origini non influiscono sul loro destino, docent Hitler, Mussolini e Stalin.

I saggi che trattano la figura del “religioso” che più di ogni altro influenzò la storia della Russia all’inizio del Novecento rappresentano (quasi[3]) tutti un’infinita collezione autoreferenziale; essi riaffermano pedissequamente, per esempio, la vulgata dell’omicidio da parte di alcuni congiurati russi con a capo l’ambiguo – in tutti sensi – principe Felix Yussupov[4] che volevano, da bravi patrioti dell’ultim’ora, salvare la Santa Russia dalle grinfie del “monaco pazzo”, ma tralasciano volentieri elementi pur noti che potrebbero riabilitare la figura di Rasputin, il quale aveva capito un fatto evidente anche agli spiriti semplici come lui: che per la Russia la Prima guerra mondiale era un evento solo nefasto e che sarebbe stato meglio per tutti uscirne al più presto.

Invero, crediamo che sia arrivato il momento di riorientare almeno un poco la prospettiva della critica storica verso colui che crediamo possa legittimamente essere considerato il religioso più ingiustamente vituperato di tutti i tempi: il “buon diavolo” Rasputin, ossia Padre Grigorij, uomo – e, come tale, con tutte (tutte!) le sue debolezze – di Dio.

Le buone come le cattive sorti di Padre Grigorij non potevano accadere se non vi fosse stato un humus adatto che ne desse la stura: la mentalità russa, così pervasa dal misticismo (si veda il folklore russo e i suoi studiosi, Vladimir Propp e altri[5]), preparò il campo all’avvento di un Rasputin, un taumaturgo a metà tra un santo(ne) russo e lo sciamano siberiano; soprattutto, la causa del sorgere di una tale figura sovrumana fu data dall’irresistibile penchant dei Romanov per l’occultismo[6]. Infatti, non fu Rasputin il primo ad essere il “guaritore” dei mali dell’ultima e sfortunata famiglia imperiale russa: il suo antecedente più ragguardevole fu un occidentale, tal Nizier Anthèlme Philippe (1849-1905), meglio noto come Monsieur (e dopo la sua morte, “Maître”) Philippe, un ex garzone di macellaio di Lione nativo dell’allora ancora italiana Sabaudia il quale esercitava abusivamente con i suoi rimedi “spagirici” la professione medica (per cui venne condannato due volte[7]); costui nel 1901 venne portato alla corte russa addirittura dal creatore della vague occultistica fin de siècle, un medico cattolico rivelatosi occultista ante litteram, ossia Gérard Encausse (1865-1916) alias Papus[8].

Il motivo per cui fu necessario consultare un personaggio del genere era invero triviale: la coppia imperiale doveva necessariamente, in forza della legge semisalica dello zar Paolo I, avere un erede maschio per la successione e lo zar Nikolaj II e la zarina Alexandra Feodorovna (d’origine tedesca[9] e amata nipote della regina Vittoria) avevano avuto solo femmine, ossia Olga (1895), Tatjana (1897), Marija (1899) e Anastasija (1901); era destino che il futuro zarevič Aleksjej (nato nel 1904) fosse foriero di una sorte ria per la sua famiglia. Tuttavia, Maître Philippe era pur sempre un’arca scienza[10] rispetto ad altri figuri che ebbero la ventura di aggirarsi per le stanze dei palazzi imperiali russi: così, dei veri idioti[11] reputati “innocenti” alla Dostojevskij e “savants” perché portatori della favella divina si affacciarono al momento opportuno, come Mitia Koljaba, un essere al quale la natura non era stata affatto benigna; la sua deformità, che lo riduceva ad un lacerto farfugliante, lo faceva ipso facto un sorta di oracolo il cui interprete, un furbo religioso del convento di Optina Pustin, era in realtà davvero un “monaco nero” (altro che Rasputin!).

A Mitia succedette un altro soggetto epilettico, la “profetessa” Daria Ossipava, la cui inarrestabile coprolalia veniva intesa sine dubio dalla coppia imperiale come la veritiera Vox Dei (!): è chiaro che il campo era già preparato e, in un certo senso, facilitato, per l’avvento di un mistico “normale” – rispetto a tali precursori! – come Padre Grigorij.

Il quale, a ben vedere, era normale davvero.

FINE PARTE 1/3

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di MARCELLO DE MARTINO

 

NOTE

[1] Svjatoj čort: Zapiski o Rasputine [Святой чорт: Записки о Распутине], Kiev 1916 di sole 187 pagine; Iliodor scrisse anche un altro libello diffamatorio, Griška, titolo che riprendeva il nomignolo di Grigorj con cui lo chiamavano affettuosamente i suoi intimi (si veda più avanti nel testo), che venne edito in “Golos Minuščego” a Mosca nel 1917, il quale poi servì da base per il voluminoso (pp. 376) libro in inglese The Mad Monk of Russia Iliodor. Life, Memoirs and Confessions of Serghei Michailovich Trufanoff (Iliodor) pubblicato a New York nel 1918. Come si può notare, in realtà, “monaco pazzo” era una sorta di ironica autodefinizione datasi da Iliodor stesso per aver tentato invano di sbugiardare Rasputin di fronte al Santo Sinodo, si veda a proposito l’articolo di Simon Dixon  The ‘Mad Monk’ Iliodor in Tsaritsyn, in “The Slavonic and East European Review”, vol. 88, n. 1/2, Personality and Place in Russian Culture (January/April 2010), pp. 377-415; Iliodor venne condannato per aver ingiustamente accusato Rasputin e fu costretto per questo a riparare in Norvegia (dove fece uscire il suo libello contro Rasputin); dopo aver lasciato la fede ortodossa fondò una sua religione “della Ragione e del Sole” che tentò di introdurre con scarso successo nella Russia sovietica al suo ritorno nel ’18; entrò a far parte della Chiesa Battista nel ’21 quando emigrò negli Stati Uniti, dove nel 1952 morì per insufficienza cardiaca al Bellevue Hospital dopo aver passato una vita da agitatore, si veda J.J. Stephan, The Russian Fascists – Tragedy and Farce in Exile, New York 1978, pp. 7ss. L’epiteto di “Mad Monk” andò curiosamente a finire invece proprio (!) tra quelli di Rasputin, come dimostra il fatto che nel 1966 la britannica Hammer film produsse un lungometraggio dal titolo Rasputin, the Mad Monk, diretto da Don Sharp, ove il protagonista era interpretato da Christofer Lee, un attore specializzato in personaggi, manco a dirlo, “diabolici” (Dracula di Bram Stoker; Conte Dooku di Star Wars).

[2] Der heilige Teufel. Die Wahrheit über Rasputin, Leipzig 1994. La traduzione italiana del libro nella sua 1° edizione del 1927 venne approntata nel 1930 per i tipi della Mondadori di Milano da Tomaso Gnoli con il titolo Rasputin e l’ultimo Zar. Il santo diavolo, la quale è stata riproposta nel 2010 dalla Odoya di Bologna con un’introduzione di Paolo Brera, ove il titolo è però Rasputin. Il Diavolo Santo. Le differenti versioni italiane non fanno giustizia della sottile connotazione polemica tra le due diciture, quella adottata per il libello diffamatorio del monaco russo, a cui con un titolo simile ma dal significato opposto il sociologo tedesco-romeno voleva opporre la propria opera; d’altronde, forse non poteva essere altrimenti: sembra destino che la “confusione” regni su tutto ciò che attiene al “monaco pazzo”, si veda, a maggior ragione, la nota precedente.

[3] Si veda invece Andrew Cook, Uccidere Rasputin. Vita e morte di Grigori Rasputin, Roma 2013.

[4] Il principe Felix Felixovič Yusupov, conte Sumarokov-Elston (1887-1967), discendente di una delle famiglie più nobili della Russia, nell’ultimo scorcio del periodo zarista fu l’uomo più ricco del suo paese e anche uno dei più “dandy”, per usare un incongruo eufemismo: dalle sue memorie (Lost Splendour, London 1953; poi Mémories, nuova edizione del 2005 per le Éditions du Rocher di Monaco) si ricava che egli passò la gioventù nei divertissements più osés, se è vero che amava (tra)vestirsi con abiti femminili (della madre) ed esibirsi nel migliore café-concert di San Pietroburgo sfoggiando una bella voce di soprano; d’altronde, egli aveva dei tratti del viso assai aggraziati e molti cadevano nell’inghippo, anche Edoardo VII, che si invaghì dell’avvenente “ragazza” quando la scorse in un palco all’Opéra di Parigi. Tutta questa ridicola doppia vita venne scoperta quando alcuni nobili riconobbero i gioielli della madre di Felix da lui indossati in una delle sue performances canore; di per sé l’omosessualità del principe non avrebbe costituito un gran problema per la sua famiglia se non per il fatto che dopo che il fratello maggiore Nicolaj venne ucciso a duello nell’estate del 1908, ricadde su quello più giovane l’onere di far proseguire la discendenza del casato degli Yusupov. Costui così sposò la bellissima Irina Alexandrovna, figlia del granduca Alessandro Michailovič e della granduchessa Xenia Alexandrovna, sorella dello stesso zar Nicolaj II e figlia di Alessandro III: Irina conosceva benissimo i gusti sessuali del marito e pertanto la coppia ebbe un matrimonio felice, coronato da prole. Per riscattarsi maggiormente da una vita mediocre da facoltoso nobile annoiato, il principe Yusupov cercò di crearsi il proprio “mito” col farsi passare per il coraggioso assassino del terribile Rasputin – come se un omicidio, anche di un criminale, possa qualificare positivamente un uomo! Dopo la fine della Russia zarista, s’imbarcò per l’esilio con chi era sopravvissuto della famiglia reale (si veda il ritratto suggestivo che ne fa Frances Welch in The Russian Court at Sea. The voyage of HMS Marlborough, April 1919, London 2011) e passò il resto della propria vita come nobiluomo decaduto, attorniato da suoi nostalgici conterranei fuggiti dalla persecuzione bolscevica, e divenendo così il grottesco relitto di un mondo ormai perduto per sempre. Esiste un film biografico del 1967 basato sulle memorie di Yusupov dal titolo J’ai tué Raspoutine diretto da Robert Hossein: esso rappresenta un documento unico poiché il principe apparve nel lungometraggio, che aprì il Festival di Cannes di quell’anno e venne distribuito in Italia con il titolo Addio, Lara. A Parigi incontrò Yusupov per tramite di quello strano personaggio che fu Pitigrilli lo scrittore e regista Pier Carpi, il quale riportò l’episodio in Testimoni del mistero: storie e dialoghi di magia interpretati da Agatha Christie, Giorgio Strehler, Irene Papas, Felix Jussupoff, Giuliana d’Olanda, Walt Disney, Milano 1979, pp. 87-111; naturalmente, in questo libro il connubio tra “occulto” – se non proprio le forze infernali – e Rasputin veniva dato per assodato: un destino che, crediamo, perseguiterà per sempre la figura di padre Grigorj, si veda anche il quadro che ne dà Ferdynand Antoni Ossendowsky, coautore del mito di Agarthi e del Re del Mondo, in Cień ponurego Wschodu: za kulisami życia rosyjskiego, Warszawa 1923 [trad. it. L’ombra dell’Oriente misterioso. Dietro le quinte della vita russa, Milano 1928 [Nove 20012; Torino 20103], pp. 111-127].

[5] Sui rapporti tra superstizione e anima russa, si rimanda al saggio di Andrej Sinjavskij, Ivan durak: očerk russkoj narodnoj very, Paris 1990 [trad. it. Ivan lo scemo. Paganesimo, magia e religione del popolo russo, Napoli 1993].

[6] Curiosamente, anche l’Italia c’entra, seppur indirettamente, con l’avvento di Rasputin nella corte imperiale russa. Le sorelle principesse Militza e Anastasija di Montenegro avevano sposato, rispettivamente, i fratelli granduchi Peter Nicolajevič Romanov e Nicholas Nicolajevič di Russia e furono loro a introdurre lo starets alla zarina, disperata per le condizioni del figlio emofiliaco; orbene, un’altra sorella delle suddette principesse montenegrine era Jelena, che poi sposò Vittorio Emanuele III: la giovane futura regina d’Italia studiò presso il collegio Smolnij di San Pietroburgo e frequentò anch’essa la casa dei Romanov. Anche italiano (sarebbe nato a Bologna nel 1880) fu un tal musicista Feodor Rajevski, che sarebbe stato anch’egli segretario privato di Rasputin (?): il testo delle sue presunte memorie vennero tradotte dalla nostra lingua in inglese da William Le Queux e pubblicate nel 1918 con il titolo The Minister of Evil: The Secret History of Rasputin’s Betrayal of Russia. Le Queux fu un prolifico scrittore dalla fervidissima fantasia di noirs, thrillers incentrati su spy stories e di mystery a sfondo occulto: il grado di credibilità di tale autore sulla persona di Rasputin è dato dal suo pamphlet del 1923, Things I Know about Kings, Celebrities and Crooks, in cui egli affermava (pp. 270-271) di aver letto un manoscritto dello starets in francese (!) in cui si diceva che dietro Jack lo Squartatore (“the Ripper”) si sarebbe celata la figura di un misterioso medico russo, tal Alexander Pedachenko, il quale sarebbe stato mandato dall’Ochrana a Londra per commettere tutta quella serie di efferati delitti solo per screditare Scotland Yard.

[7] Venne però insignito del titolo di dottore in medicina con la laurea honoris causa dall’Università di Cincinnati, USA nel 1884 e anche con un’altra da parte dell’Accademia Reale di Roma nel 1886; su questo personaggio è possibile vedere un bel film in DVD del 2007 (un po’ troppo elogiativo, mais ça va!) realizzato da Bernard Bonnamour ed edito da Le Mercure Dauphinois di Grenoble dal titolo Maître Philippe de Lyon. Le chien du Berger. La vita del taumaturgo di Lione è stata ben descritta dal figlio di Papus, Philippe Encausse, Le maître Philippe de Lyon. Thaumaturge et Homme de Dieu, Paris 1997.

[8] La migliore biografia di Gérard Encausse è quella di Marie-Sophie André e Christophe Beaufils, Papus. La Belle Époque dell’occultismo pubblicato nel 2014 per i tipi della Settimo Sigillo nella “Giano – L’altra Storia”.

[9] La zarina nacque Victoria Alix Helena Louise Beatrice von Hessen und bei Rhein (1872-198), per la vita di questa sfortunata regina, si veda l’agile saggio di Carolly Erickson, Alexandra: The Last Tsarina, New York 2001 [trad. it., La Zarina Alessandra. Il destino dell’ultima imperatrice di Russia, Milano 2005].

[10] Difatti, l’8 novembre 1901, fu dichiarato dottore in Medicina dell’Accademia Imperiale di Medicina Militare di San Pietroburgo, e iscritto sul libro delle lauree con il n. 17.

[11] Se ne vedano alcuni nomi in Henry Troyat, Raspoutine, Paris 1996 [trad. it. Rasputin, Milano 1998, p. 3].

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