Uno stivale bucato

La nuova legge elettorale n. 52/2015, il cosiddetto Italicum, è stata approvata subito dopo la dichiarazione di incostituzionalità della legge precedente (n. 270/2005, il cd. Porcellum) da parte della Corte Costituzionale.

Se ci si sofferma un attimo sulle date, si osserva che la Riforma Costituzionale è stata definitivamente approvata il 12 aprile 2016, mentre le disposizioni contenute nella nuova legge elettorale hanno trovato piena approvazione il 6 maggio 2015. Considerato che l’Italicum dispone per la sola Camera è facile comprendere come questa legge, votata l’anno prima, già prevedesse di normare una situazione a Riforma Costituzionale in vigore. Inutile negarlo: sono state pensate assieme. Tant’è che qualora dovessero sciogliersi le Camere dopo l’eventuale vittoria del NO al Referendum, per le Camere si voterebbe con questa legge, mentre per il Senato con il cd. Consultellum, cioè il Porcellum mondato delle incostituzionalità: di fatto, un proporzionale con alte soglie di sbarramento.

L’Italicum, sotto il profilo del metodo, è partito male, con palesi violazioni delle ordinarie procedure legislative, forti pressioni, iper canguri e colpi di fiducia. Questo dovrebbe far drizzare le antenne, specie a coloro che si sentono tranquilli perché tanto la legge elettorale verrà senz’altro modificata: i metodi sono questi, queste le intenzioni e vi fidate? Lasciamo i nostri Pangloss alle loro illusioni e facciamo qualche esempio. Una prima scorrettezza infatti si verifica già nel corso della prima lettura alla Camera, dove si decide di non discutere in Commissione nessuno degli emendamenti proposti (circa 300), ma si fissa fin da subito la discussione in Aula, annullando di fatto ogni possibilità di dibattito.

In secondo luogo, ripercorrendo il momento della seconda lettura alla Camera, un altro avvenimento balza agli occhi: nel momento in cui il progetto di legge passa in seconda battuta, si decise di sostituire in Commissione Affari Costituzionali ben 10 deputati del Pd la cui unica pecca era quella di dissentire rispetto all’indicazione del partito e facendosi – pertanto – grosse beffe dell’art. 67 Cost. che vieta il vincolo di mandato.

E come reagirono a quel punto i commissari dei gruppi di opposizione? Decisero di protestare disertando i lavori in Aula, lasciando così l’opportunità all’allora Presidente Sisto di dichiarare decaduti i circa 35.000 emendamenti da loro proposti, eccetto i 13 presentati dai commissari rimasti, che vennero – c’è bisogno di dirlo? – puntualmente respinti.

Si arrivava così alla discussione in Aula, dove, di fronte alla richiesta da parte delle opposizioni di effettuare alcune votazioni in segreto, il governo decise di porre la fiducia su ogni articolo presentato, contro le disposizioni del regolamento della Camera, puntualmente ignorate dalla nostra presidenta della Camera Laura Boldrin la quale avrebbe dovuto respingere la richiesta di porre la fiducia.

Tra l’altro, andando a sbirciare nelle pagine della Storia, si nota con un certo stupore che ci sono stati solamente due precedenti in cui si pose la questione della fiducia in materia elettorale e furono – rullo di tamburi – la legge Acerbo (ricordate? Quella che nel ‘23 diede a Mussolini maggioranza e Governo) e la legge “Truffa” del 1953 (quella che introduceva un premio di maggioranza del 65% dei seggi alla lista o gruppo che avesse ottenuto almeno la metà dei voti validi). Due nobili predecessori, non c’è che dire, applausoni.

 Ma entriamo nel merito della legge: la prima questione da trattare è quella che riguarda il premio di maggioranza. Leggendo un po’, infatti, viene fuori che la lista (non la coalizione) che alle elezioni ottiene almeno il 40% dei voti, conquista 340 seggi sui 630 della Camera (il 54%). Ma attenzione: se, come è molto probabile, nessuna lista dovesse raggiungere questa stellare soglia, si andrebbe al ballottaggio tra le due liste più votate (non importa con quale percentuale, basta che superino la soglia di sbarramento al 3%). A questo punto, la lista che vince prende almeno 340 seggi.

E qui fa capolino un’agghiacciante considerazione: poiché, considerato il cd. tripolarismo della base,  è quasi certo che con questa legge si andrà al ballottaggio, un partito che dovesse prendere presumibilmente tra il 25% e il 30% dei voti, potrebbe ottenere il 55% della rappresentanza alla Camera, pur rappresentando grossomodo il 15% della popolazione italiana. E dunque avere enorme influenza sul CSM, Corte Costituzionale e Presidente della Repubblica, minando pesantemente gli equilibri nei rapporti istituzionali.

Perciò si potrebbe così, timidamente obiettare che un premio di maggioranza di tale portata appare del tutto sproporzionato poiché, facendo un bilancio tra governabilità e rappresentatività, la seconda va tranquillamente a farsi benedire. E forse anche la Corte Costituzionale avrebbe da ridire, considerando che nella sentenza n.1/2014 essa afferma che è possibile “agevolare”, ma non assicurare, la governabilità, sottolineando la necessità di mantenere un equilibrio tra queste due istanze.

 In aggiunta, l’Italicum va a ledere pure l’uguaglianza del voto “in uscita”, cioè minerebbe la proporzione nella trasformazione dei voti in seggi: la sentenza succitata infatti sostiene che non è sufficiente la sola garanzia dell’eguaglianza “in entrata”, cioè al momento del voto.

 Secondo punto di critica: la questione dei capilista bloccati. L’Italia sarà divisa in 100 collegi, ciascuno dei quali eleggerà da 3 a 9 deputati. Nel momento in cui una lista conquista un seggio, il primo viene sempre assegnato al capolista. Solo se verranno conquistati più seggi si passerà al conteggio delle preferenze, perciò, di fatto, unicamente nei collegi più grandi uno-due partiti eleggeranno più di un deputato. Si ottiene così che gli eletti saranno prevalentemente i capilista.

E qui la famosa sentenza n.1/2014 si affaccia nuovamente, poiché in essa si afferma che – visto il principio costituzionale della conoscibilità dei candidati da parte dell’elettore – non si potrà prevedere che il candidato per cui si è votato sarà quello che poi effettivamente verrà eletto nel collegio.

Quindi, tra il crapulone premio di maggioranza e la rinsecchita soglia di accesso al ballottaggio, l’Italicum appare piuttosto incompatibile con il principio costituzionale di rappresentatività del Parlamento ed il rispetto della sovranità popolare (art. 1 Cost.). Cioè, in pratica, con la parte prima della Costituzione (e dite poco?). L’Italicum insomma sta al Porcellum come Renzi sta a Berlusconi: quasi quasi lo si rivorrebbe indietro.

di LAURA SANTI, con la collaborazione di NICOLA BARONI

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