Operazione Quasimodo

Dopo la Riforma del 2001 in modifica del Titolo V della Costituzione avevamo, previsti all’art.117: un elenco di materie di competenza  statale, uno di competenza concorrente Stato-Regioni, mentre per tutte le altre leggi la competenza passava alle Regioni. È bene precisare che competenza concorrente significa che lo Stato è competente a formulare i principi fondamentali della materia mentre la Regione è competente a varare la normativa di dettaglio. Un esempio è dato dalla materia “produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia” (le famose “trivelle”, per intenderci).

Il grande problema è da sempre quello della concreta definizione delle materie di competenza dello Stato piuttosto che di competenza delle Regioni. Ciò è comunque fisiologico poiché ciascun livello di Governo tende ad espandere il proprio ambito di competenza. Proprio per questi motivi la Corte Costituzionale è stata, negli ultimi 14 anni, investita del compito di dirimere tali conflittualità ( con una significativa diminuzione negli ultimi tempi, peraltro). Si consideri che questo non è assolutamente un problema legato solo ai casi di potestà concorrente, ma, al contrario di quanto potrebbe supporsi,  principalmente a quelli di potestà esclusiva.

Bene, con la Riforma viene eliminata la potestà legislativa concorrente. Non c’è più. Ciao ciao. Al suo posto il gobbo di Notre-Dame: da un lato infatti, viene ampliato notevolmente l’alveo delle materie di competenza statale, nelle quali confluiscono molte delle materie prima indicate nell’ambito della competenza concorrente. Dall’altro, viene presentato un elenco di materie di competenza esclusiva regionale. Tutto quello invece che non è espressamente riservato allo Stato, spetta – in teoria, ma non è pacifico – alle Regioni.

L’operazione Quasimodo va ben oltre, ma mi fermerei un attimo su questo punto. Infatti, per alcune delle materie a potestà legislativa statale si fa riferimento alle sole “disposizioni generali e comuni”. Ciò vuol dire che per queste materie (tra le quali non vi è quella della “produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia” che sarebbe statale punto), lo Stato detterà quelle disposizioni, mentre tutto ciò che non è disposizione “generale” o “comune” verrà attribuito alla competenza delle singole Regioni. In altre parole parrebbe rientrare dalla finestra la competenza concorrente. Ma è davvero così? Perché dire principi fondamentali allo Stato e normativa di dettaglio alle Regioni non è la stessa cosa che dire disposizioni generali e comuni allo Stato e disposizioni non generali e non comuni alle Regioni. Altro esempio dal testo della Riforma: per quanto concerne le “forme associative dei Comuni” lo Stato ha potestà nell’indicazione delle “disposizioni di principio”: questa è la differente scelta lessicale operata.

 Dunque? Principi, principi fondamentali, disposizioni comuni, disposizioni generali: tutto uguale? Questi dubbi non potranno che essere risolti dalla Corte Costituzionale a seguito di innumerevoli conflitti sollevati. Proprio ora che il contesto si stava delimitando si riprende daccapo. Stiamo parlando di questioni che riguardano, tra le varie, la tutela della salute e la sicurezza alimentare, le politiche sociali, l’istruzione, la formazione professionale, il turismo e le attività culturali. E in alcuni casi lo scenario che si prospetta è ben peggiore: ad esempio, infatti, la tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici è attribuita alla competenza dello Stato, ma la promozione dei beni ambientali, culturali e paesaggistici è invece di competenza delle Regioni.

 Così anche per il governo del territorio (Stato) e la pianificazione del territorio regionale (Regioni). Il rischio è quello dunque di una seria sovrapposizione di competenze e – nuovamente – sarà la Consulta a doverci mettere una pezza, con dispendio in termini di tempo e denaro. Questo è certo, in primis poiché – come detto in precedenza – si tratta di problemi fisiologici, in seconda istanza poiché proprio tutta quella vaghezza e i dubbi interpretativi che ne conseguono non potranno che incentivare il ricorso alla Corte. Come dire: voi firmereste un assegno in bianco? Attenti a come rispondete.

Don, din, don. Lo sentite? È il gobbo che ci ricorda che tutto questo in realtà conta relativamente. Perché? Beh, ma è semplice: perché al nuovo art.117, IV, C. viene prevista la cd. “clausola di supremazia” statale, la quale consentirà allo Stato di approvare leggi pure nelle materie di competenza regionale qualora il Governo (non il Parlamento!) lo proponga. Potrà farlo per qualsiasi materia? Sì, nessuna esclusa. E potrà farlo quando gli pare? La legge dice “quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”. Attenzione perché, in merito al “se” sussistano i presupposti richiesti, si parla di valutazioni di natura politica, non giuridica, che rendono dunque impossibile il sindacato della Corte costituzionale, la quale dovrà invece esprimersi circa eventuali limiti e vincoli cui il Parlamento è tenuto o meno quando dovrà legiferare.

 Capito? Condizioni generiche e nessun limite di oggetto. Anche in Germania v’è un’indicazione simile, all’art.72 della “Costituzione” tedesca, ma vale unicamente in riferimento alle materie di competenza concorrente e “ quando e nella misura in cui la realizzazione di equivalenti condizioni di vita nel territorio federale o la tutela dell’unità giuridica o economica nell’interesse dello Stato nel suo complesso, rendano necessaria una disciplina legislativa federale.” Quindi – a beneficio di chi ci proverà: No in Germania funziona diversamente ed anzi, si registra una tendenza significativa negli anni verso un progressivo rifiuto d’una incondizionata prevalenza della legislazione federale rispetto a quella dei Länder.

Non è finità però perché in molti – i più attenti –  potrebbero pure dire: eh, però, sai, in realtà lo Stato già quando ha voluto si è preso per sé materie che voleva anche se attribuite dalla Costituzione alla competenza concorrente, come accadde nel 2004 quando disciplinò fin nel dettaglio una normativa in materia energetica. Sì, vero, ma la Corte Costituzionale, chiamata ovviamente a risolvere la questione, salvò la legge, asserendo che lo Stato poteva sì disciplinare per intero la materia energetica per la tutela di interessi “di carattere unitario”, purché però non vi eccedesse e comunque a condizione che alle Regioni fosse lasciata la possibilità di esprimersi attraverso lo strumento dell’intesa, quale misura di compensazione costituzionalmente necessaria.

Ebbene, con la Riforma, la materia energetica sarà di competenza esclusiva dello Stato; e mentre in precedenza l’attrazione statale anche della disciplina di dettaglio doveva essere compensata da un’intesa con le Regioni (dato che in teoria si trattava di potestà legislativa concorrente), ora non vi sarebbe alcun appiglio costituzionale attraverso il quale imporre una concertazione.

di NICOLA BARONI

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