De compositione saturarum

Marco Terenzio Varrone, il letterato reatino vissuto a cavallo tra il II e il I secolo a.C., il “terzo gran lume Romano” secondo Petrarca, scrisse un’opera sulla composizione del genere letterario della satira romana, il “De Compositione Saturarum”, di cui purtroppo ci rimangono soltanto alcuni frammenti. A tutta evidenza, l‘attuale maggioranza Parlamentare deve segretamente possedere l’intera opera, in una cripta occulta di via Sant’Andrea delle Fratte, al civico 16, come i gradi ai quali va servito un vino strutturato e dispensata cultura, per apparire sofisticati, nei salotti dell’intellighenzia rossa. Rosso “Henri Jayer Richebourg Gran Cru”, naturalmente, perché quando si vuole apparire fichi citare il proprio Paese e usare la propria lingua conviene poco; si appare – come dire –  provinciali.

La composizione del nuovo Senato, dunque, scende da 315 a 100 membri. 5 verranno nominati dal Presidente della Repubblica e gli altri 95 (di cui un sindaco e almeno un consigliere per ognuna delle 20 Regioni e un sindaco ed un solo consigliere per ogni Provincia autonoma)… non si capisce bene da chi!

Sì, avete letto bene. Ora, se la spieghiamo esaustivamente, si diventa noiosi e finisce malissimo, ma se la spieghiamo semplice il risultato è che chiunque si sentirà legittimato nel distribuire a pioggia “adeguate precisazioni” sfiancando i gioielli a tutti. È un bel dilemma. Per questo sarebbe carino che ognuno si comprasse i libri, valutasse la fonte (chi è che scrive, perché, che interesse potrebbe avere a dirci quelle cose, che competenze ha, ecc.) e poi si facesse un’opinione, giacché in tuttologia periti non si nasce né si diventa, anche se sono in molti a crederlo. Ma col cipiglio di chi stabilisce la propria residenza a Realisticopoli, tenteremo pertanto una sintesi.

Allora, il protagonista del sabato sera è l’art. 57, nello specifico i due comici: il comma 2 e 5. “ Ma perché dite che sono comici?…” [ndr già ci immaginiamo il commento: “… dovreste essere asettici nella vostra esposizione. L’asetticità è garanzia di una posizione bipartisan”. Ecco, a parte il fatto che si dice asepsi, dobbiamo anche considerare che la valutazione distaccata, come pretesa metodologica, è spesso opportuna, ma chiaramente va circoscritta nel suo significato: se reclamata in senso assoluto, infatti, non solo diviene illusione, giacché sempre v’è interpretazione, ma conduce pure alla sterilizzazione del pensiero critico. Insomma, se ogni volta che devo unire i puntini a formare un disegno desisto perché costa interpretazione cioè critica e non sarebbe asettico sto benedetto disegno non lo vedrò mai].

 Ebbene, i due sarebbero comici perché si contraddicono palesemente. Infatti il comma secondo prevede che i senatori siano eletti “con metodo proporzionale” dai Consigli regionali e delle Province autonome “tra i propri componenti” mentre l’altro dispone che tale elezione debba avvenire “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi” (ma solo per i consiglieri regionali poiché ai sindaci l’inciso non è riferito. E neppure è così chiaro cosa s’intenda per “conformità” alle scelte degli elettori: il termine è fin troppo vago potendo benissimo integrare sia il concetto di maggioranza che di pluralismo). Il comma sesto, poi, prevede l’emanazione di una legge elettorale bicamerale per la regolazione delle modalità di attribuzione dei seggi e di elezione dei senatori precisando che detti seggi dovranno essere “attribuiti in ragione dei voti espressi e della composizione di ciascun Consiglio”.

 Tuttavia, noi sappiamo che tutte le leggi regionali prevedono, chi più chi meno, un premio di maggioranza per la composizione del proprio Consiglio. Di conseguenza il rispetto dei voti espressi e la composizione dello stesso non sono criteri che possono essere rispettati contemporaneamente. Infine, il comma quarto del nuovo art. 57 dispone che i senatori residui siano ripartiti tra le Regioni “in proporzione alla loro popolazione”. Ma, tolti i 5 senatori di nomina presidenziale, i 22 senatori sindaci e gli almeno 44 senatori consiglieri, rimangono 29 senatori per 20 Regioni: il criterio della proporzionalità alla popolazione, da un punto di vista del mero calcolo aritmetico, appare impossibile da rispettare.

 Di conseguenza, per ciò che concerne l’elezione del nostro Senato, cosa può accadere? Tre sono, fondamentalmente, le ipotesi formulabili, considerando che questa santissima futura legge bicamerale non solo è destinata a creare pesanti dissidi, ma anche mai sarà in grado di risolvere efficacemente molte delle incongruenze sopra indicate, incoraggiando lo spreco di tempo e denaro. Curioso, dato che, quantomeno a slogan, era proprio ciò cui s’intendeva ovviare:

 A) Accade che i Consigli regionali eleggono i senatori jure proprio ammettendo pertanto che quel criterio della conformità sia nei fatti formula morta? Ma la sovranità, ex art. 1, comma secondo C., appartiene al popolo la cui volontà si esprime attraverso il voto. E questo principio si traduce concretamente nella “rappresentatività dell’assemblea parlamentare” per usare le parole della Corte Costituzionale. Principio che non può essere contraddetto neppure da una legge costituzionale, come precisato dalla stessa Consulta. Appare chiara dunque l’incostituzionalità della disposizione (in dottrina, in particolare, L. Carlassare, A. Pace). Il che, sul lato pratico, darebbe la possibilità a qualsiasi cittadino, nel corso di un giudizio nel quale si pretenda dalla controparte l’applicazione di una legge approvata sia dalla Camera che dal Senato, di eccepirne l’illegittimità costituzionale.

 B) Accade che i Consigli regionali dovranno mandare in Senato i consiglieri più votati? Ma allora che elezione è se non un’elezione inutile? E se così anche fosse perché prevedere questa (mera) riproduzione della volontà degli elettori unicamente per i consiglieri regionali e non anche per i sindaci, la cui designazione sarebbe comunque incostituzionale per violazione del supremo principio della sovranità popolare?

 C) Accade che sono gli elettori ad essere chiamati ad esprimere due intenzioni di voto, uno per il Consiglio regionale e l’altro per il Senato realizzando una sorta di indicazione popolare indiretta? Ora, a parte il fatto che in Europa non esiste nulla, ma proprio nulla di simile è sufficientemente chiaro che pure in questo caso l’elezione da parte dei consiglieri sarebbe pressoché inutile.

 Bene, giustamente i più attenti di voi diranno: “Ma come? Questa contraddizione tra i commi 2 e 5 è grossa come dire, che so, che nel 2016 una Banca possa di fatto governare un continente intero. Ma non potevano accorgersene prima, magari lasciando l’elezione diretta del Senato ai cittadini, come peraltro vorrebbe il principio supremo indicato all’art. 1, II C., che, tipo, sta alla base della Democrazia (almeno per come in Italia sono regolati i rapporti tra Governo e Parlamento)?”

 Vi riportiamo allora il racconto di un aneddoto direttamente dalle parole di A. Pace, costituzionalista, docente, tra i fondatori della ”Associazione italiana dei costituzionalisti”, autore di oltre 300 pubblicazioni, insomma uno che di sicuro capisce questi argomenti molto più di noi, e forse, giusto per tentare di essere asettici, della Senatrice Finocchiaro, Presidente della Commissione Affari Costituzionali. “Ma perché dite la Finocchiaro?” leggete e vedrete:

“[…] Come dirò anche nel prosieguo, il “futuro” art. 57 Cost. presenta un’insanabile contraddittorietà interna, addirittura risibile in un testo solenne come la Costiuzione. Prevede infatti due commi tra loro antitetici. Per uscire da questa contraddizione, si suggerì da più parti, e anche autorevolmente (E.Cheli), di seguire il parere della Giunta del Regolamento della Camera dei deputati, Pres. Napolitano, del 5 maggio 1993, reso nel corso della modifica dell’art. 68 Cost., nel quale era stato correttamente osservato, «in considerazione dell’atipicità del procedimento di revisione costituzionale», che fosse ammissibile l’emendamento soppressivo di un comma già favorevolmente votato dai due rami del Parlamento (caso analogo all’attuale).

Ciò nondimeno la Presidente Finocchiaro, nella seduta del 2 ottobre 2015, senza andare troppo per il sottile, non considerò affatto tale precedente sulla base di un duplice, specioso argomento: 1) che la riaffermazione dell’eleggibilità diretta del Senato avrebbe altresì implicato la titolarità del rapporto fiduciario col Governo; 2) che l’ammissibilità dell’emendamento soppressivo dell’art. 2 comma 2 d.d.l. n. 1429-B sarebbe stato preclusivo dell’intera riforma.

Argomenti entrambi inesatti. Quanto al primo, la sola elettività diretta non implica la titolarità del rapporto fiduciario, Nel sistema parlamentare il rapporto fiduciario lega bensì il Governo a una Camera eletta dal popolo, ma in quanto essa sia titolare dell’indirizzo politico generale. Per contro, nel d.d.l. Renzi-Boschi, il Senato non è titolare dell’indirizzo politico generale. Conseguentemente l’estensione ad esso del rapporto fiduciario col Governo costituirebbe il frutto di una scelta discrezionale del legislatore costituzionale, e non la conseguenza di un principio costituzionale.

Quanto al secondo argomento, l’approvazione dell’emendamento soppressivo del comma 2 avrebbe implicato la sola conseguenza dellariconferma dell’elettività diretta del Senato, non il naufragio dell’intera riforma. […]”.

di NICOLA BARONI

NOTA:

Il testo del Prof. Alessandro Pace cui si è fatto riferimento corrisponde ad una Relazione del docente a Cosmopolitica (20/2/2016 Roma) e dal titolo: “LE INSUPERABILI CRITICITÀ DELLA RIFORMA COSTITUZIONALE RENZI”. QUI il link al sito “Coordinamento democrazia costituzionale” dove è stato pubblicato il testo integrale.

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