I tre piccoli lupi e il maiale cattivo

“ […] Se poi si facesse un confronto tra l’importanza delle materie trattate nei “depositi” aventi la medesima data, si constaterebbe facilmente che il numero 1 è riservato alla decisione ritenuta di maggior rilievo. Dunque, il n. 1 è il numero dell’eccellenza. La Corte, con questa numerazione, dimostra di voler richiamare l’attenzione. Il numero 17 o 314, per esempio, non avrebbero alcun significato simbolico. Insomma, la Corte, assegnando il numero 1, si mostra in panni solenni. […] ”.

[G. Zagrebelsky]

 

C’erano una volta, in un luogo lontano lontano, tre piccoli lupetti. L’uno d’indole decisamente riformista, con un vaporoso pelo fulvo, l’altro di carattere conservatore, d’un manto nero lucente. Il terzo invece di animo indifferente e natura moderata, con una pelliccia grigio ardesia. Quando giunse il momento di andare per il mondo, la madre, che era molto saggia, li ammonì: “Ormai è tempo che facciate per conto vostro, ma attenti dovrete sempre cercare un equilibrio tra i vostri caratteri se vorrete edificare una casetta solida e confortevole, solo così potrete difendervi dal terribile e spietato maiale cattivo.” In realtà va detto che i tre non diedero troppo peso alle parole dell’anziana lupa e pertanto, di volta in volta e a seconda del momento, prevaleva il temperamento del primo lupetto piuttosto che del secondo, mentre al terzo la questione interessava davvero poco parteggiando ogni tanto per l’uno e ogni tanto per l’altro.

 E così vi era un tempo in cui la casetta comune diventava un open space, un cantiere sempre aperto, in un altro invece appariva quasi un carcere, tutta buia dove non circolava mai aria fresca, oggetto, in entrambe le occasioni, delle feroci lamentele del lupetto grigio. Ogni volta il terribile e spietato maiale cattivo proprio se la rideva: la prima infatti, approfittando delle porte aperte, si fregava tutto il cibo in dispensa lasciando così privi i lupetti della serenità per affrontare il rigido inverno nel bosco. La seconda invece gli era sufficiente attendere che uno di loro spalancasse la finestra a respirare finalmente un po’ di aria pulita per intrufolarsi al suo interno e, sfruttando l’assenza di luce, ripetere impunito il misfatto. Il lupetto grigio proprio non capiva come potesse essere già finito tutto quel ben di dio che i suoi due fratelli avevano acquistato e conservato in casa anche per lui.

 Così ad ogni sentore dei primi freddi, si contorceva e dimenava scagliando strali a destra e a manca mentre il lupetto fulvo e quello nero battibeccavano sulle precauzioni da prendere per gli anni successivi in totale disaccordo. Insomma, i  tre tanto berciarono e tanto giunsero a soffrire che decisero di seguire finalmente il consiglio esperto della madre e tentare di raggiungere un equilibrio: pertanto, giunta la primavera, costruirono una casetta ampia, spaziosa, promettendosi doppi vetri e porte blindate in cambio di rinnovi e migliorie costanti, stabilendo anche delle regole di condotta chiare ed essenziali per ognuno di loro, tanto che pure il terzo lupetto promise di applicarsi e di essere più vigile. Molto tempo passò dunque senza che il maiale cattivo anche solo pensasse di reintrodursi nell’abitazione. Ma i maiali, si sa, hanno sempre troppa fame. Specie se terribili e spietati.

Porcellum” è il nome in codice coniato dal politologo Giovanni Sartori per una legge elettorale – la n. 270 del 21 dicembre 2005 – che uno dei principali autori, l’allora Ministro per le Riforme Roberto Calderoli, non esitò a definire, altrettanto chiaramente, “una porcata”.

La riforma fu approvata dapprima il 13 ottobre 2005 alla Camera e in via definitiva il 14 dicembre 2005 al Senato, ché poi, si dice, il Parlamento italiano è lento. Non sempre evidentemente, se si pensa che la cd. “Legge Fornero”, la riforma previdenziale del governo Monti, veniva approvata dal Consiglio dei Ministri il 6 dicembre 2011 e il 22 dicembre dello stesso anno dalle due Camere, sì! quelle paritarie, esatto. Un travaglio, proprio.

Nell’aprile del 2013 l’allora Presidente della Corte Costituzionale, Franco Gallo, esprime pubblicamente pesanti dubbi circa la legittimità della riforma. Nel frattempo pende davanti alla Corte Suprema di Cassazione il ricorso di 27 cittadini contro la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero dell’Interno. Il 17 maggio 2013, la Cassazione stessa, rilevando importanti questioni di legittimità costituzionale, affida alla Consulta un eventuale giudizio di incostituzionalità che viene infine dichiarato il 4 dicembre 2013, poi sentenza n. 1/2014. Per inciso, giusto per spiegare un concetto che, purtroppo e per esperienza, abbiamo scoperto essere per nulla scontato: La Corte Costituzionale non è, come dice la strada, un’accolita di anziani parrucconi alle cui mani nodose affidiamo lauti compensi e che impiega 8 anni per addivenire a conclusioni già scontate per tutti.

 A parte il fatto che – per definizione-  a generalizzare si sbaglia sempre, in pochi si sono chiesti se non ci fosse un motivo preciso a giustificare tutto questo tempo trascorso in attesa di una pronuncia sul merito. In verità il fatto è che un ricorso alla Consulta si può proporre unicamente in due modi: il primo, previsto da una legge costituzionale, è quello per via incidentale, che presuppone lo svolgimento di un processo, quando le parti o il giudice stesso dubitino della legittimità costituzionale di una disposizione o di una norma. Il secondo, invece è quello in via principale, promuovibile dallo Stato contro leggi regionali o dalla Regione contro leggi statali o di altre Regioni nei casi di lesione delle rispettive competenze. Il cittadino, pertanto, non è ammesso direttamente al ricorso, ma potrà fare istanza di rinvio al giudice al fine di ottenere un controllo sulla legge che egli intenda lesiva di un proprio diritto costituzionalmente garantito in relazione ad una situazione di fatto concreta a sé riferibile.

 Sarà onere del giudice dunque valutare la sussistenza dei presupposti per il rinvio alla Corte quali la rilevanza della questione di legittimità per la risoluzione del giudizio in corso, la sua non manifesta infondatezza e l’impossibilità a dare un’interpretazione della norma in discussione conforme al dettato costituzionale. Inutile entrare nel merito: vi sono ragioni di garanzia evidenti legate a questa precisa scelta e l’opportunità o meno di una sua modifica è argomento altro. Ecco perché ci vuole del tempo.

 Il “Porcellum” è quindi dichiarato parzialmente incostituzionale e lo è, in particolare, sotto un duplice profilo. Ecco la nota della Consulta del 4 dicembre 2013 che anticipava la sentenza n. 1/2014 la quale avrebbe poi dettagliatamente argomentato:

“ […] La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme della legge n. 270/2005 che prevedono l’assegnazione di un premio di maggioranza (sia per la Camera dei Deputati che per il Senato della Repubblica) alla lista o alla coalizione di liste che abbiano ottenuto il maggior numero di voti e che non abbiano conseguito, almeno, alla Camera, 340 seggi e, al Senato, il 55% dei seggi assegnati a ciascuna Regione. La Corte ha altresì dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme che stabiliscono la presentazione di liste elettorali ‘bloccate’, nella parte in cui non consentono all’elettore di esprimere una preferenza. […]”.

Dunque:

A) Un premio di maggioranza del genere SENZA LA PREVISIONE DI UNA SOGLIA MINIMA DI VOTI alla lista o coalizione di liste di maggioranza risulta sproporzionato e idoneo ad alterare profondamente la composizione della rappresentanza democratica. In altre parole: non si può prevedere un premio di maggioranza – che peraltro conferisce il 54% (340 su 630) dei seggi alla Camera e il 55% al Senato a chi ottiene più voti – semplicemente per il fatto che quella coalizione ha preso più voti degli altri. La funzione rappresentativa delle Assemblee subirebbe un’eccessiva compressione, come anche il principio dell’uguale diritto di voto.

 B) Limitare il voto unicamente alla scelta di liste di candidati predeterminate da altri quali ad esempio le dirigenze dei partiti, secondo la Corte Costituzionale, “ferisce la logica della rappresentanza consegnata nella Costituzione”. Il diritto di voto dell’elettore non può infatti ridursi a una adesione in blocco. Il “Porcellum” dunque obbligava alla sostituzione di un tipo di rappresentanza (dei cittadini elettori) con un tipo diverso: quello dei partiti. Oltre al voto dato alla lista bloccata anche l’ignoranza circa l’identità dei candidati è stato presentato dalla Consulta come motivo d’incostituzionalità: la “conoscibilità dei candidati” da parte degli elettori infatti verrebbe resa difficoltosa se non addirittura impossibile in presenza di lunghe liste presentate in collegi eccessivamente ampi.

 E quindi? Tutti a casa? Certamente no, perché, come ricorda il prof. A. Pace:

“[…] La Corte, pur dichiarando l’incostituzionalità del Porcellum, consentì espressamente alle Camere di continuare ad operare e a legiferare, non però in forza della legge elettorale dichiarata incostituzionale, bensì grazie a un principio fondamentale del nostro ordinamento conosciuto come il «principio di continuità dello Stato». La Corte richiamò due esempi di applicazione di tale principio: la prorogatio dei poteri delle Camere, a seguito delle nuove elezioni, finché non vengano convocate le nuove (art. 61 Cost.); la possibilità delle Camere sciolte di essere appositamente convocate per la conversione in legge di decreti legge (art. 77 comma 2 Cost.). Ebbene, in entrambe tali ipotesi, il «principio fondamentale della continuità dello Stato» incontra limiti di tempo assai brevi, non più di tre mesi! […]”.

Proprio questo motivo indusse molti a ritenere quantomeno un azzardo istituzionale

“[…] da parte del Premier Renzi e dell’allora Presidente Napolitano, di iniziare una revisione costituzionale di così ampia portata nonostante la dichiarazione d’incostituzionalità del Porcellum, e quindi con un Parlamento delegittimato quanto meno politicamente, se non anche giuridicamente, con parlamentari non eletti ma “nominati” grazie al Porcellum, insicuri di essere rieletti e perciò ricattabili ed esposti alla mercé del migliore offerente. Il che è dimostrato dal record, nella XVII legislatura, di passaggi da un gruppo parlamentare all’altro «con 325 migrazioni tra Camera e Senato in poco più di due anni e mezzo, per un totale di 246 parlamentari coinvolti» […]”.

E fu dunque in una notte senza luna, buia e tempestosa, che i tre piccoli lupi avvertirono battere alcuni colpi sulla porta della loro nuova casetta. Come di qualcuno che bussasse.

di NICOLA BARONI

 

NOTA:

Il testo del Prof. Alessandro Pace cui si è fatto riferimento corrisponde ad una Relazione del docente a Cosmopolitica (20/2/2016 Roma) e dal titolo: “LE INSUPERABILI CRITICITÀ DELLA RIFORMA COSTITUZIONALE RENZI”. QUI il link al sito “Coordinamento democrazia costituzionale” dove è stato pubblicato il testo integrale.

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